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Home » Salute e benessere » Difterite: sintomi da riconoscere e ogni quanto rifare il vaccino

Difterite: sintomi da riconoscere e ogni quanto rifare il vaccino

Non è una malattia del passato: ecco come si manifesta, quali rischi comporta e perché anche gli adulti devono pensare ai richiami vaccinali

Feri by Feri
21 Agosto 2026 - Aggiornato alle ore 09:14 -
in Salute e benessere
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Siringa con ago su una garza sterile e una mascherina chirurgica, sopra una cartina geografica dell'Europa

Materiale per la vaccinazione — siringa, garza e mascherina — in un'immagine di repertorio - foto Pixabay

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La difterite è un’infezione acuta causata da un batterio, il Corynebacterium diphtheriae, che si trasmette per via respiratoria — una tosse, uno starnuto — oppure attraverso il contatto con oggetti contaminati o ferite infette. Colpisce soprattutto gola, naso, faringe, laringe e tonsille; più raramente pelle, occhi e vie urinarie. È più diffusa nei Paesi in via di sviluppo, dove la copertura vaccinale resta incompleta, ma un contagio può viaggiare anche attraverso un volo aereo.

I primi segnali, tra i due e i cinque giorni dopo il contagio, assomigliano a quelli di un comune mal di gola: febbre leggera, brividi, stanchezza diffusa, poca voglia di mangiare. Quello che distingue la difterite compare dopo: i linfonodi alla base del collo si gonfiano, e sulla gola o sulle tonsille si forma una patina grigiastra, spessa, che aderisce alle mucose come una pellicola. È proprio quella patina il segno che fa scattare il sospetto diagnostico nei medici, perché può ostacolare il passaggio dell’aria e rendere difficile deglutire; nei casi più gravi, se non trattata, può arrivare a compromettere la respirazione.

Nella maggior parte dei casi il decorso resta benigno. Le complicanze, quando compaiono, riguardano soprattutto il cuore — aritmie, miocardite, in rari casi arresto cardiaco — ma anche il sistema nervoso, con disturbi della voce o polineuriti, e i reni. Sono scenari che riguardano una minoranza di pazienti, non l’esito atteso della malattia: la differenza, quasi sempre, la fa la rapidità della diagnosi.

La diagnosi parte proprio dall’osservazione di quella patina, in gola o sulla pelle a seconda di dove è avvenuto il contatto con il batterio, e viene confermata in laboratorio attraverso l’analisi del Dna batterico su un campione prelevato dal paziente. Il trattamento richiede il ricovero, quasi sempre in un reparto di malattie infettive, perché il paziente va isolato per limitare il contagio. Si somministrano antibiotici, per fermare la moltiplicazione del batterio, e un’antitossina, iniettata in vena o per via intramuscolare, che serve a neutralizzare la tossina già prodotta dall’infezione.

Guardare i numeri aiuta a capire perché i pediatri continuano a insistere sul calendario vaccinale anche per una malattia che sembra lontana. Il calo dei casi mondiali, da centomila a settemila in trentasei anni, è avvenuto di pari passo con l’aumento della copertura vaccinale: più bambini protetti, meno batterio in circolazione. È un equilibrio che si può ancora rompere, come dimostrano le zone del pianeta dove la copertura resta sotto la soglia utile a bloccare la trasmissione.

In Italia il quadro racconta la stessa storia in scala ridotta. Il Paese aveva raggiunto, ormai da tempo, la soglia di copertura vaccinale considerata sufficiente a proteggere anche chi non può vaccinarsi — intorno al 95 per cento della popolazione — e per quasi vent’anni non si erano registrati casi. Tra il 2000 e il 2014 erano stati contati sette casi, di cui due dovuti a un batterio simile, il Corynebacterium ulcerans, e cinque a ceppi non produttori di tossina; dal 2015 le notifiche sono state otto, con un solo caso di difterite vera e propria, cutanea, causata dal ceppo tossigeno.

La vaccinazione resta l’unico strumento di prevenzione, e il calendario italiano la prevede fin dai primi mesi di vita: tre dosi del vaccino esavalente, che oltre alla componente antidifterica protegge anche da tetano, pertosse, poliomielite, epatite B ed emofilo, somministrate al terzo, quinto e dodicesimo mese. Seguono due richiami: uno all’ingresso a scuola, tra i 5 e i 6 anni, insieme alle dosi anti-tetano, anti-pertosse e anti-polio; l’altro circa dieci anni dopo, in adolescenza. Completato il ciclo, si ritiene che la protezione sia pressoché totale, ma non è per sempre: il Ministero della Salute raccomanda un richiamo ogni dieci anni anche in età adulta, e la vaccinazione è consigliata a chi non è mai stato immunizzato e a chi viaggia verso aree dove la malattia circola ancora, in particolare Asia, Africa e Sud America. Chi non ricorda l’ultima dose, o nota per giorni un mal di gola persistente accompagnato da una patina biancastra o grigiastra, farebbe bene a parlarne con il proprio medico, piuttosto che aspettare che passi da sola. Il caso della bambina di 4 anni morta a Palermo per difterite evidenzia l’importanza dei vaccini da piccoli ed eventuali richiami in età adulta in caso di viaggi in alcuni Paesi del mondo dove la malattia cicola ancora.

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Feri

Feri

Giornalista, si occupa di attualità, politica e temi sociali. Attenta alle dinamiche del territorio e ai cambiamenti della società, offre analisi e contributi che uniscono rigore, sensibilità e chiarezza. Collabora con Quotidianodiragusa.it mantenendo uno stile diretto, informato e indipendente.

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