Un infermiere dell’ospedale Guzzardi di Vittoria è stato condannato in primo grado a quattro mesi di reclusione per omicidio colposo per la morte di Emanuele Cafiso. L’uomo è morto il 15 agosto 2019, poche ore dopo essere stato al Pronto soccorso.
La sentenza è stata pronunciata il 6 ottobre dal Tribunale penale di Ragusa. Si tratta di una condanna non definitiva, contro cui è possibile ricorrere. L’esito del processo è stato comunicato dall’avvocato Dario Seminara dello studio Seminara & Associati di Catania, che assiste i familiari insieme alla collega Lisa Gagliano.
La ricostruzione di quella notte arriva dal procedimento civile. Cafiso raggiunse il Pronto soccorso intorno alle 4 del mattino, accompagnato dal figlio, con dolori addominali sempre più forti. Secondo i giudici civili, l’infermiere di triage gli somministrò da solo, per via intramuscolare, un antispastico e un diuretico, senza chiamare il medico di turno e senza avviare gli accertamenti diagnostici necessari. Dopo un elettrocardiogramma il paziente, rassicurato, tornò a casa.
Il dolore però non passò. Nel pomeriggio comparvero difficoltà respiratorie e venne chiamato il 118. Quando Cafiso arrivò di nuovo in ospedale, intorno alle 16, era già morto. La causa del decesso è stata la rottura di un aneurisma dell’aorta addominale sottorenale. Una perizia richiamata nella sentenza civile indica che una diagnosi tempestiva avrebbe aumentato del 60% le possibilità di sopravvivenza.
Con una sentenza del 23 gennaio 2025 il Tribunale civile ha riconosciuto alla moglie e ai due figli un risarcimento complessivo di 872.153 euro. L’Asp ha impugnato la decisione, ma la Corte d’Appello di Catania, con la sentenza 1412 depositata il 27 ottobre 2025, ha confermato l’obbligo di risarcire i familiari. I giudici hanno qualificato la condotta dell’infermiere come colpa grave, per la violazione delle linee guida e delle buone pratiche clinico-assistenziali, e hanno accolto, entro i limiti di legge, la richiesta dell’Asp di rivalersi sull’infermiere.
Diversa la posizione del medico di turno: i giudici civili non gli hanno attribuito responsabilità, perché non era stato informato della presenza del paziente e non aveva potuto visitarlo.
Anche la vicenda civile non è ancora chiusa: l’Asp ha presentato ricorso in Cassazione.



