Le persone con grasso bruno attivo hanno meno probabilità di avere diabete di tipo 2, cardiopatia ischemica, ipertensione, ansia e depressione. È l’associazione emersa da uno studio su oltre 101mila pazienti pubblicato mercoledì 14 ottobre sulla rivista Nature, che indica anche un comune farmaco per la pressione, il losartan, come possibile stimolatore di questo tessuto. Ma l’effetto del farmaco è stato osservato solo su cellule e topi.
Il grasso bruno è un tessuto che, a differenza del grasso bianco di deposito, brucia energia per produrre calore. I ricercatori della Rockefeller University, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center e del Weill Cornell Medicine di New York hanno usato un sistema di intelligenza artificiale per misurarne l’attività nelle PET-TC eseguite tra il 2018 e il 2024 su 101.243 pazienti seguiti per un tumore al Memorial Sloan Kettering.
In 8.897 pazienti il grasso bruno risultava attivo. Confrontandoli con un gruppo di pazienti simili per caratteristiche ma senza grasso bruno visibile, gli autori hanno analizzato oltre 500 codici di diagnosi. Tra chi aveva grasso bruno attivo la probabilità di diabete di tipo 2 era meno della metà (odds ratio 0,42), quella di cardiopatia ischemica cronica circa la metà (0,53). Più basse anche le probabilità di ipertensione (0,79), disturbi d’ansia (0,78) ed episodi depressivi (0,68). L’associazione più forte con la salute del cuore e del metabolismo riguarda il grasso bruno nella zona dell’ascella.
«Abbiamo raddoppiato il numero dei pazienti e considerato più di 500 codici», ha spiegato Paul Cohen, responsabile del laboratorio della Rockefeller University che ha guidato la ricerca. Lo studio precedente del gruppo, su circa 50mila pazienti, si era concentrato soprattutto sulle malattie cardiovascolari.
Analizzando i farmaci assunti, i ricercatori hanno notato che chi prendeva losartan, un antagonista del recettore dell’angiotensina usato contro l’ipertensione, aveva più spesso grasso bruno attivo. In laboratorio il losartan ha aumentato l’attività delle cellule di grasso bruno. Nei topi sani ha fatto crescere il consumo di energia e di ossigeno, senza variazioni di peso. Secondo gli autori il farmaco agirebbe sul grasso bruno attraverso un meccanismo diverso da quello con cui abbassa la pressione.
«Il fatto che i suoi diversi effetti passino per vie molecolari diverse è un vantaggio», ha detto il primo autore Nicolás Gómez-Banoy, endocrinologo al Weill Cornell Medicine.
Gli stessi autori indicano i limiti del lavoro. È uno studio retrospettivo e osservazionale: mostra un’associazione, non dimostra che sia il grasso bruno a proteggere dalle malattie, e servono studi prospettici. Le PET non sono state eseguite dopo un’esposizione al freddo, quindi il grasso bruno potrebbe essere sottostimato. I pazienti provengono da un centro oncologico e il tipo di tumore o le terapie potrebbero aver influito sui risultati. Gli esperimenti sul losartan riguardano pochi animali: nella misura del consumo energetico al freddo, 7 topi trattati e 5 di controllo.
Per Shingo Kajimura, biologo molecolare della Harvard Medical School non coinvolto nella ricerca, si tratta di «uno dei lavori più completi e, probabilmente, più significativi del settore». Irfan Lodhi, della Washington University di St. Louis, lo ha definito «uno studio molto interessante e sorprendente», ricordando però che servono altre ricerche per dimostrare un rapporto di causa.
Lo studio non indica di assumere losartan per attivare il grasso bruno: il farmaco non è mai stato sperimentato sull’uomo per questo scopo. Chi è in terapia per la pressione non deve modificarla senza il parere del proprio medico. La ricerca è stata finanziata dai National Institutes of Health statunitensi.



