Nelle campagne tra Ragusa, Modica e Scicli il carrubo fa parte del paesaggio quanto i muretti a secco. Non è solo un’impressione: secondo uno studio dell’Università di Palermo pubblicato sulla rivista Caryologia, che elabora dati ISTAT del 2022, la Sicilia produce circa il 98% delle carrube italiane, e la produzione si concentra soprattutto nell’area di Ragusa.
Nelle classifiche internazionali l’Italia figura al secondo posto, dietro la Spagna o il Portogallo a seconda delle fonti. Nel mondo, secondo una relazione di Stefano La Malfa dell’Università di Catania riportata da Terra e Vita nel 2022, si producono circa 150mila tonnellate di carrube l’anno, una quantità in calo.
Quante carrube produce l’Italia
L’Annuario statistico italiano 2024 dell’ISTAT registra per il carrubo una superficie in produzione di circa 6mila ettari e una raccolta che oscilla tra 356mila e 376mila quintali tra il 2019 e il 2023: nell’ultimo anno disponibile, il 2023, la produzione è stata di 357mila quintali, cioè circa 35.700 tonnellate.
Secondo i dati ISTAT del 2020 citati dall’Università di Catania, su 5.581 ettari italiani ben 5.470 erano in Sicilia e le province di Ragusa e Siracusa insieme superavano il 90% della superficie siciliana.
La raccolta va da inizio agosto a metà ottobre. È una coltura che alterna annate abbondanti e annate scarse: l’agronomo Massimiliano Brugaletta, intervistato da MyFruit nel 2024, descrive un ciclo di quattro anni con un anno di carica, uno di scarica e due intermedi.
Un nome che viene dall’arabo
Il nome scientifico è Ceratonia siliqua. Il carrubo è un albero sempreverde della famiglia delle Leguminose, con frutti a baccello indeiscenti e commestibili, lunghi fino a 15 centimetri, e semi molto duri. La parola «carrubo», ricorda il vocabolario Treccani, viene dall’arabo kharrūb.
Dallo stesso albero viene anche la parola «carato». La Treccani la fa risalire all’arabo qīrāṭ, «grano di carrubo, piccolo peso», a sua volta dal greco keration, diminutivo di keras, «corno». Oggi il carato metrico, usato per le pietre preziose, vale 200 milligrammi.
In Sicilia le varietà coltivate sono arrivate in momenti diversi, con Fenici, Greci, Romani e Arabi, come ricostruisce lo studio di Caryologia. Per secoli il carrubo si è coltivato innestando piante selvatiche; gli impianti specializzati sono recenti. Nei Monti Iblei i «campi chiusi» da muretti a secco con carrubi sparsi, che davano ombra e cibo al bestiame dopo la mietitura, sono stati inseriti nel Catalogo nazionale dei paesaggi rurali storici.
Le varietà siciliane hanno nomi che cambiano da zona a zona. Le principali, secondo i ricercatori di Palermo, sono la Latinissima (detta anche Giubiliana o Cipriota), la Racemosa (o Sciabulara) e la Saccarata (o Fimminedda, Milara). All’Università di Catania, già nel 2008, un gruppo coordinato da Stefano La Malfa aveva raccolto 52 accessioni provenienti dall’Italia e dal Mediterraneo. Nel maggio 2023 la Camera di Commercio di Ragusa ha ospitato un convegno sul carrubo come specie multifunzionale, promosso con l’Accademia dei Georgofili e con le università di Catania e Palermo.
Dalla stalla alla pasticceria
Per gran parte del Novecento le carrube sono state soprattutto cibo per animali e, nei momenti difficili, uno spuntino economico per le famiglie: il Gambero Rosso le ha definite il «cioccolato dei poveri». Negli ultimi vent’anni, osservano i ricercatori di Palermo, la domanda si è spostata verso cioccolato, liquori e caramelle per la tosse.
Il prodotto più richiesto dall’industria viene dal seme. Macinandone la parte interna si ottiene la farina di semi di carrube, che in etichetta compare come E 410: un addensante, stabilizzante e gelificante senza glutine usato in gelati, creme e prodotti da forno. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) l’ha rivalutata nel 2017 senza individuare problemi di sicurezza per la popolazione generale.
Dalla polpa, separata dai semi, si ricavano farina di carruba, sciroppi e preparazioni usate in pasticceria anche come alternativa al cacao. Secondo i dati raccolti da Orazio Sortino dell’Università di Catania, 100 grammi di carruba forniscono circa 222 chilocalorie, 49 grammi di carboidrati, 23 grammi di fibre e meno di un grammo di grassi. Il frutto contiene anche molti zuccheri naturali, circa il 40%: per questo, secondo il Gambero Rosso, il «carrubato» nato a Modica a fine 2018, una tavoletta a base di polpa di carruba e burro di cacao, non ha zuccheri aggiunti.
Un mercato che dipende dal prezzo
Per i produttori iblei il nodo resta il prezzo. Nel 2019 Confagricoltura Ragusa parlava di quotazioni record tra 0,64 e 0,70 euro al chilo; nell’agosto 2025, secondo quanto riportato dal nostro giornale, il prezzo pagato si aggirava sugli 0,40 euro al chilo più Iva.
Accanto al frutto, la Regione Siciliana riconosce come prodotto agroalimentare tradizionale il miele di carrubo, presente nell’elenco regionale insieme ad altri mieli monoflorali.



