La recente demolizione dell’ex area industriale Ancione a Ragusa riaccende il dibattito sul destino delle aree produttive dismesse e sul valore dell’archeologia industriale come strumento di rigenerazione urbana e memoria collettiva. L’Ordine degli Architetti P.P.C. di Ragusa interviene con una riflessione che punta a trasformare la cronaca di un abbattimento in un’occasione di confronto e di visione per il futuro della città.
Secondo l’Ordine, Ragusa deve ripartire dalle proprie radici produttive per costruire una nuova identità culturale ed economica. Le aree industriali nate nel Novecento – dal polo minerario della pietra asfaltica alle raffinerie e ai mulini – hanno rappresentato per decenni il motore dello sviluppo locale. Oggi, in un contesto di globalizzazione che ha progressivamente svuotato questi spazi, la sfida è restituire loro una funzione contemporanea, capace di coniugare memoria e innovazione.
«Non si tratta di sostituire il degrado con nuove sovrascritture progettuali – sottolinea l’Ordine – ma di avviare un processo di riappropriazione collettiva. Serve un metodo costruttivo, partecipato, che parta dai movimenti spontanei e dalle idee di giovani architetti, studenti e associazioni».
L’Ordine propone la creazione di laboratori di “Immaginazione urbana”, aperti alla cittadinanza, per ripensare gli spazi vuoti dell’ex ABCD o delle miniere di Tabuna come luoghi di cultura, musica, riciclo creativo e parchi urbani. «La rigenerazione deve diventare un ponte sociale – si legge nella nota – dove la memoria storica diventa base per la sostenibilità, la cultura e il benessere futuro».
Il riferimento al progetto Bitume, curato da Vincenzo Cascone per FestiWall 2020, è emblematico: un intervento che ha saputo trasformare l’ex polo Ancione in un racconto visivo e simbolico della Ragusa industriale, dimostrando come l’arte possa essere motore di rigenerazione. «Quell’esperienza – osserva l’Ordine – poteva essere l’occasione per un partenariato pubblico-privato, un protocollo d’intesa tra enti e associazioni per un riuso intelligente e condiviso».
La riflessione si estende a tutto il sistema dei distretti produttivi del Novecento – dallo Scalo merci alle miniere di Tabuna, dai vecchi opifici al mulino Curiale – con l’obiettivo di ricucire la “città della produzione” alla “città residenziale”. L’archeologia industriale, sottolinea l’Ordine, non è un vincolo ma una risorsa: «È la via per creare nuovi motori di sviluppo e riconnettere questi siti al tessuto urbano».
Gli esempi internazionali e nazionali – dalla Tate Modern di Londra al Musée d’Orsay di Parigi, dal MAAM di Roma alle Officine Grandi Riparazioni di Torino, fino alle Ciminiere di Catania e ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo – dimostrano che la trasformazione delle aree dismesse in poli culturali e sostenibili è possibile e genera valore.
«La città – conclude l’Ordine – ha l’obbligo di dotarsi di regole e visioni strategiche chiare, capaci di anticipare l’azione di mercato. Solo così l’archeologia industriale potrà sopravvivere alla speculazione e alle ruspe». Tra le proposte operative, l’Ordine indica la revisione del Piano urbanistico generale (Pug) e l’attivazione di concorsi di progettazione a due fasi, aperti e trasparenti, per garantire qualità e partecipazione. La demolizione dell’ex Ancione, dunque, non deve segnare una fine, ma un nuovo inizio: l’avvio di un percorso condiviso per restituire senso, funzione e futuro ai luoghi della memoria industriale di Ragusa.



