Ragusa si congeda da “Formaggi in Festa 2026” con la giornata più densa e simbolica delle tre. Oggi, domenica 10 maggio, il centro storico barocco ospita l’atto finale di un evento che ha trasformato piazze, vicoli e locali cittadini in un grande laboratorio del gusto. Promosso da Slow Food Sicilia e Slow Food Ragusa, l’appuntamento si chiude in bellezza — con un colpo di scena culinario che ha già fatto parlare.
Il clou della serata è alle 20:00 in Piazza San Giovanni: lo show cooking finale a cura di Amira Ragusa Barocca porterà in scena i Turciniuni di agnello con Ragusano DOP. Un piatto della tradizione contadina iblea, reinterpretato davanti al pubblico come fosse un atto teatrale. Cucina viva, non impiattata per l’occasione.
Una domenica da non perdere
La giornata si apre già alle 10:00 con qualcosa di raro: la filatura degli Ainuzzi, i caci figurati della Fattoria Giambrone. Sono formaggi lavorati a mano in forme decorative — agnelli, cestini, animali — una tradizione quasi scomparsa che qui torna a respirare in piazza.
Nel pomeriggio, dalle 16:45, si svolge la degustazione ONAF dedicata al confronto tra formaggi di bufala, pecora e capra. Non una semplice assaggio, ma una lettura tecnica delle differenze organolettiche guidata da esperti. Il luogo è il Ristorante Pane e Cipudda, in Via Finanze 25 — prenotazione obbligatoria, ma gratuita.
Alle 17:15 al Centro Commerciale Culturale “Mimì Arezzo” va in scena qualcosa di più intimo: Il racconto di un massaro, breve monologo sull’arte casearia con Giovanni Maltese. Cinque minuti di parole che valgono più di mille descrizioni sui depliant.
Alle 18:45, da Konza in Via Rapisardi, il laboratorio del gusto abbina i Turciniuni — lo stesso piatto dello show finale — a una selezione di vini locali. Esperienza gourmet a tutto tondo, per chi vuole capire davvero cosa significa abbinare territorio e tavola.
Perché questa notizia ti riguarda
Nel 2026, mentre le grandi fiere alimentari si spostano sempre più verso format patinati e internazionali, “Formaggi in Festa” dimostra che esiste ancora un modello alternativo: piccolo e radicato nelle tradizioni locali. Tre giorni di degustazioni, filature dal vivo, laboratori per bambini e talk sulla nutrizione, tutti aperti a chiunque avesse voglia di partecipare.
È un format che parla di biodiversità casearia — latti diversi, stagionature diverse, territori diversi — ma in realtà parla di qualcosa di più grande: il rischio che certi saperi spariscano se nessuno li racconta. Il Ragusano DOP è sopravvissuto secoli. Ma ha bisogno di gente che lo conosca, lo scelga, lo difenda al momento dell’acquisto.
Cosa resta dopo la festa
Tre giorni, decine di appuntamenti, centinaia di persone che hanno scoperto o riscoperto cosa significa un formaggio fatto bene. Il titolo di “Ragusa Città del Formaggio 2026” non è solo un’etichetta turistica — è un impegno che questa manifestazione ha contribuito a rendere concreto. Stasera, quando le fiamme del cheese cooking flambé si alzeranno un’ultima volta in Piazza San Giovanni, Ragusa chiuderà un capitolo. Ma i sapori, quelli, non si dimenticano in fretta.




