Il racconto «E quindi uscimmo a riveder le stelle» della poetessa di Scicli Giovanna Drago ha conquistato il secondo posto nella sezione Racconto del concorso indetto dalla Società Dante Alighieri, Comitato di Agrigento, svoltasi presso Casa Sanfilippo, nella suggestiva cornice della Valle dei Templi.
La giuria ha motivato il riconoscimento del racconto con queste parole: «Per aver saputo mettere in evidenza pensieri originali e sentimenti che rispecchiano la profondità dell’animo umano».
“La motivazione della giuria mi ha emozionata – afferma Drago – un giudizio profondo, attento e ricco di sensibilità critica. Apprezzo soprattutto il modo in cui viene messo in evidenza il percorso interiore di Leonardo: dal panico iniziale alla riscoperta della fiducia in sé stesso, attraverso il coraggio di affrontare le proprie paure. La giuria ha saputo cogliere non soltanto la costruzione narrativa e la semplicità del linguaggio, ma soprattutto il messaggio umano che attraversa il racconto: il fallimento non è una condanna, ma può diventare il punto da cui ripartire per ritrovare sé stessi. È una motivazione che valorizza il racconto su più livelli, riconoscendone sia gli aspetti stilistici sia la profondità del contenuto.
Di ritorno da Agrigento, la poetessa ha parlato di «un’altra emozione da custodire nel cuore» e ha ringraziato la Società Dante Alighieri – Comitato di Agrigento, la presidente prof. Enza Ierna, la giuria e quanti hanno reso possibile questa bella esperienza.
Drago ha definito quella della giuria una motivazione «profonda, attenta e ricca di sensibilità critica», che «valorizza il racconto su più livelli, riconoscendone sia gli aspetti stilistici sia la profondità del contenuto». Il premio di Agrigento fa seguito ad un lungo elenco di premiazioni ricevute negli ultimi mesi dalla poetessa sciclitana e tutte inaspettate e ricevute con grande emozione.
Ecco un brano del racconto di Giovanna Drago:
USCIMMO A RIVEDER LE STELLE
“E uscimmo a riveder le stelle.”
La frase era scritta a grandi lettere sopra il portone del liceo. Ogni anno il preside la faceva appendere nel giorno degli esami di maturità, convinto che Dante fosse il miglior incoraggiamento possibile per chi stava per attraversare il proprio inferno personale.
Quella mattina, però, nessuno aveva voglia di guardare il cartellone.
Nel cortile, gli studenti camminavano avanti e indietro come anime in pena. Qualcuno ripeteva formule di fisica, qualcuno date di storia, qualcuno pregava in silenzio. Altri fingevano sicurezza, ma le mani tradivano il tremore.
Tra loro c’era lui, Leonardo.
Aveva studiato per mesi. Libri sottolineati, notti insonni, caffè bevuti a litri. Eppure, mentre aspettava il proprio turno per l’orale, sentiva il cuore battere così forte da sembrare un tamburo.
Quando la bidella pronunciò il suo nome, gli si seccò la gola.
Entrò.
I commissari erano seduti dietro il lungo tavolo verde. Occhiali, penne, fascicoli. Sembravano giudici di un tribunale antico.
Leonardo si accomodò.
Il presidente sorrise.
— Cominci pure con la sua tesina.
Fu allora che accadde l’imprevedibile.
Il vuoto.
Totale.
La mente, fino a pochi minuti prima colma di date, teorie e citazioni, si trasformò in una stanza spoglia.
Silenzio. Panico.



