Ancora una volta, anche nell’ultima replica di domenica 2 agosto, un pubblico attento partecipe e come incantato dalle vicende dei protagonisti, ha seguito la messa in scena de ‘Il gabbiano'” di Anton Cechov proposta dalla Compagnia Godot per la sedicesima edizione di Palchi Diversi Estate. Ancora una volta il “palco verticale” (la definizione è dei direttori artistici Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso) della iconica scalinata all’interno del Parco della storica dimora simbolo del territorio rurale ragusano, ha catalizzato l’attenzione sulla apparente immobilità dei numerosi personaggi creati e caratterizzati dallo scrittore russo giusto 130 anni fa (1896), in quello che viene considerato, come scrive il regista Vittorio Bonaccorso, l’inizio del teatro contemporaneo. Immobilità solo apparente perché ognuna delle figure sceniche è portatrice di un suo dramma, un dramma che nasce da sogni e aspirazioni destinate a infrangersi dinnanzi alla cruda e crudele realtà della vita, sia per chi “ha paura di vivere e soffoca le proprie aspirazioni schiacciato dalla routine e chi ha il coraggio di mettersi in gioco”.
E di tutto ciò metafora è appunto il gabbiano, “creatura vulnerabile, sospesa tra il desiderio di volare e la brutalità della realtà”. Il gabbiano, aggiungiamo noi, che viene ucciso da Kostja, giovane e tormentato scrittore che alla fine decide anch’egli di darsi la morte. L’azione si svolge nella tenuta di compagna dello zio Sorin, dove “si intrecciano passioni a senso unico. Kostja è innamorato di Nina, aspirante attrice, a sua volta affascinata dal celebre scrittore Trigorin, amante della famosa attrice Arkadina, madre di Kostjia, Kostja mette in scena una pièce teatrale ma la madre lo deride gettandolo nella disperazione. Intanto Nina e Trigorin iniziano una relazione e si trasferiscono a Mosca e lei ha un bambino che muore prematuramente mentre la sua carriera di attrice non decolla e Trigorin torna tra le braccia di Arkadina. Dopo due anni i protagonisti si ritrovano nella stessa tenuta di campagna, questa sì immobile e immutevole a differenza di loro che la vita ha invece cambiato. Nina, ormai delusa e provata, incontra un’ultima volta Kostja, dichiarandoli di essere ancora innamorata di Trigorin, e poi parte per un tour teatrale in provincia. Abbandonato da tutti e consapevole del suo fallimento sentimentale ed artistico, Kostja si suicida sparandosi un colpo di pistola “.
Sul palco, nelle cinque serate, Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso hanno guidato un cast affiatato composto da Alessio Barone, Rossella Colucci, Benedetta D’Amato, Alessandra Lelii, Anna Pacini, Roberto Palomba, Lorenzo Pluchino, Mario Predoana, con Ginevra Cilia ed Erviola Jaupi, dando vita a personaggi di straordinaria intensità emotiva. La regia di Bonaccorso ha valorizzato la dimensione intimista del testo, trasformando la monumentale scalinata in uno spazio dove silenzi, sguardi e parole acquistano un peso scenico ancora più profondo. Determinante anche il lavoro sui costumi firmati da Federica Bisegna, capaci di accompagnare con eleganza la narrazione e restituire l’atmosfera sospesa dell’opera. Dopo ‘Il gabbiano’ di Cechov, che ha fatto seguito al capolavoro pirandelliano ‘A birritta cu i ciancianeddi, cresce ora l’attesa per il terzo caposaldo della stagione estiva di Godot, ovvero ‘L’importanza di chiamarsi Ernest’ di Oscar Wilde che approderà sulla scalinata del Castello subito dopo Ferragosto. (daniele distefano)



