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Home » Attualità » Comiso, la storia di Moussa: dal viaggio in mare all’integrazione

Comiso, la storia di Moussa: dal viaggio in mare all’integrazione

Il referente di "Spazio Integrazione" racconta il naufragio e la nuova vita nella comunità comisana attraverso il Laboratorio Politico Berlinguer

Redazione by Redazione
25 Aprile 2026 - Aggiornato alle ore 20:00 -
in Attualità
0
Moussa, cittadino maliano integrato a Comiso

Moussa oggi lavora attivamente per l'integrazione nella città di Comiso.

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La storia – in cui accoglienza e integrazione sono speculari – è quella di Moussa, cittadino del Mali che oggi vive a Comiso, cittadino del comune casmeneo. A raccontarla è lui stesso, referente di ‘Spazio Integrazione’ con una intervista concessa al Direttivo del Laboratorio Politico Berlinguer di Comiso, di cui è presidente Clara Giummarra.

“CARISSIMI CITTADINI COMISANI, VI RACCONTO ORA LE MIE DISAVVENTURE DA EXTRACOMUNITARIO SBARCATO IN ITALIA…

Il Direttivo del LPB Comiso insieme al suo Presidente Clara Giummarra ringrazia il referente di “Spazio Integrazione” Moussa per aver concesso questa intervista lunga, ma appassionante, che permette di conoscere il vissuto di un cittadino straniero che, dopo mille peripezie, è approdato in Italia, ed ora vive e lavora, perfettamente integrato, nella nostra comunità comisana. Questa testimonianza viene raccolta con l’intento di contribuire al superamento dei pregiudizi diffusi nei confronti delle persone provenienti da Paesi extraeuropei, spesso ingiustamente percepite come destabilizzanti o nocive per la nostra società. Il L.P.B Comiso intende così riaffermare il proprio impegno nell’accoglienza e nell’integrazione di cittadini stranieri che rispettano le leggi e i valori della nostra comunità, dimostrando volontà di contribuire positivamente al tessuto sociale e lavorativo del Paese che li ha accolti.

Parlaci un po’ di te Moussa… Qual è il tuo paese di origine? 

Sono nato in Mali, uno Stato dell’Africa occidentale, nella città di Sikasso il 20 maggio del 1990 da una famiglia dedita all’agricoltura. Secondo di cinque fratelli ho frequentato la scuola del mio paese  per sette anni per poi iniziare a lavorare presso un amico che aveva una macelleria in città. Questa era la mia routine giornaliera fino all’età di sedici anni, quando, ad un certo punto, spinto, da una parte dal desiderio di realizzare i miei sogni di giovane ragazzo, dall’altra dalle pressioni familiari di vedermi presto accasato, decido di partire all’insaputa dei miei familiari, alla ricerca del luogo ideale dove costruire il mio futuro. Con i soldi prestati dal mio amico nonché datore di lavoro parto alla volta di un paese vicino al Mali, poi in Nigeria ed infine in Libia dove sono rimasto per un bel po’ di tempo.

Che attività svolgevi in Libia? E come mai, ad un certo punto, decidi di abbandonarla?

Mi sono mantenuto lavorando come piastrellista per circa due anni e mezzo ma le condizioni di impiego erano talmente inaccettabili che sono stato costretto, assieme a due miei amici, a fuggire dalla Libia.

Che intendi Moussa per condizioni inaccettabili?  

I lavoratori non vengono tutelati in alcun modo e molto spesso non vengono pagati. Periodicamente le forze di polizia fanno “controlli a campione” a tutti gli stranieri per “verificare il loro stato di salute” imponendo esami del sangue il cui risultato molto spesso risulta falsato. In tal caso conducono in carcere da dove è possibile uscire solamente pagando una cospicua somma di denaro. In queste condizioni non mi era possibile neanche ritornare nel mio paese, il Mali, perché vi era il fondato timore di essere catturati dalla polizia e rinchiusi in prigione per essere liberati sempre dietro il pagamento di denaro.

Dunque, decidi, con due amici di scappare via dalla Libia…

Si, esattamente, abbiamo deciso di salpare da Tripoli con una piccola imbarcazione pagando la somma di 800 denari circa (moneta libica) ad alcuni individui che ci hanno messo a disposizione il natante…

Ma loro si sono imbarcati assieme a voi? 

Assolutamente no… ci hanno consegnato l’imbarcazione, una bussola ed un cellulare con un numero di emergenza da chiamare in caso ne avessimo avuto bisogno… 

Due giorni prima hanno impartito a due migranti le nozioni base della navigazione.

Quanti persone vi siete imbarcate? 

Eravamo circa 150 persone in tutto tra donne e uomini tutti stipati in questa piccola imbarcazione. Siamo salpati da Tripoli di notte tenendo la rotta in direzione Italia.

E poi, cosa è successo Moussa?

E’ successa una cosa spaventosa…l’imbarcazione che ci avevano consegnato aveva una falla nello scafo e, appena abbiamo preso il largo, in piena notte, ha cominciato ad imbarcare acqua! Ti lascio immaginare cosa non è successo…si è scatenato il panico più assoluto…abbiamo cominciato  freneticamente a raccogliere e buttare fuori l’acqua che entrava in maniera incessante e continua…

Era tutto un caos intorno a noi …buio, acqua, disperazione… pianto!

A questo punto il racconto di Moussa si interrompe…ha gli occhi lucidi e pieni di angoscia… colgo dal suo viso il terrore ed il panico di quei momenti… rivivo assieme a lui tutti questi sentimenti angoscianti che tolgono il respiro, che portano alla sopraffazione, allo scoraggiamento, al sentirsi in trappola e senza via d’uscita, alla sensazione di essere ad un passo da una fine imminente…Vedo chiaramente il buio, l’acqua sempre più alta, il disordine, le azioni inconsulte dei compagni di viaggio guidate dal panico e dall’istinto di sopravvivenza. Respiro insieme a loro l’odore della morte…Ad un certo punto, quasi a destarsi dalla dolorosa immagine impressa nella mente, volge il suo sguardo pieno di lacrime verso la mia persona, fa un lungo respiro e riprende il racconto…

Ad un certo punto nel più completo e totale subbuglio di azioni inconsulte innescate dal terrore, abbiamo perso la bussola che probabilmente è caduta in acqua. E dunque in quel momento era chiaro che stavamo navigando senza meta… Abbiamo iniziato a chiamare il numero di emergenza che ci era stato consegnato quando ci siamo imbarcati, ma abbiamo visto che non succedeva nulla…nessuno veniva a salvarci…eravamo soli in mezzo al mare aperto e stavamo andando incontro al nostro destino di morte! 

Siamo andati avanti così tutta la notte e la mattina successiva … già nel primo pomeriggio avevamo oramai perso tutte le speranze, eravamo talmente disperati e rassegnati da non cercare neanche più di svuotare l’imbarcazione dall’acqua. Aspettavamo solo la fine, pregando e piangendo… 

Quando vi siete accorti che nulla era perduto e che c’era una speranza di salvezza?

All’alba, quando tutto ci sembrava oramai finito e le nostre speranze cessate per sempre, scorgevamo in lontananza un elicottero della marina militare italiana che perlustrava la zona avanzando verso di noi. In quel momento, quando oramai ci eravamo abbandonati all’idea di una morte imminente, ecco che, in maniera del tutto inaspettata, è riemersa la speranza… Quell’immagine, che rimarrà per sempre scolpita nella nostra memoria, ci è apparsa quasi come irreale… dopo tanta angoscia un segno concreto che nulla era davvero perduto. 

All’imbrunire, quando ci hanno soccorso, eravamo quasi totalmente immersi nell’acqua! 

L’imbarcazione militare italiana che ci ha tratti in salvo ci ha sbarcato dapprima a Siracusa e successivamente a Messina, in un centro di accoglienza, per i controlli e le assunzioni di generalità.

E poi sei arrivato a Comiso…

Si esatto, mi hanno condotto, insieme ad altri compagni di viaggio, nel centro di accoglienza di via Bellini e qui finalmente è iniziata la mia nuova vita di rinascita.

In che senso Moussa? 

Da questo momento ho fatto di tutto per integrarmi con la popolazione locale che mi ha accolto e mi ha fatto sentire come a casa mia. Devo molto all’Italia, ai cittadini italiani, ai comisani, che mi hanno dato l’opportunità di studiare, lavorare e vivere nel loro territorio, facendomi sentire parte integrante della loro collettività. Ho frequentato la scuola (conseguendo il diploma di licenza media), ho studiato duramente ed ho imparato la vostra lingua in quanto consapevole che una buona integrazione passa attraverso una buona conoscenza linguistica, culturale e sociale del paese in cui si vive. Oggi, guardandomi indietro, posso dire di essere soddisfatto dei risultati che sono riuscito a raggiungere non dimenticando però di ringraziare sempre chi mi ha accolto senza pregiudizi e che, ancora oggi, ha fiducia in me, mi vuole bene e mi sostiene. 

Perché hai sentito il bisogno di raccontare il tuo trascorso di vita con questa intervista? 

Perché credo nella solidarietà, nell’amicizia che travalica ogni confine, nel senso di appartenenza ad una comunità che ti accoglie e sostiene, e perché sono convinto che anche io, con il mio lavoro ed il mio impegno sociale possa apportare benessere e crescita al territorio in cui vivo. In tal senso, desidero cogliere l’occasione per esprimere un sentito ringraziamento al Laboratorio Politico Berlinguer, nella persona del suo Presidente, per la fiducia accordatami attraverso la nomina a referente di “Spazio Integrazione”. Tale incarico rappresenta per me un’importante opportunità per contribuire in modo ancora più incisivo alle attività sociali e ai processi di integrazione.

Raccontando il mio vissuto, inoltre, mi piacerebbe contribuire nel mio piccolo, a smontare un preconcetto insito in molti, secondo cui tutti gli immigrati sono da mandare via perché dediti alla delinquenza abituale, nullafacenti, irrispettosi delle leggi e per nulla aperti all’integrazione sociale.

Purtroppo il buon vivere di molti di noi extracomunitari non fa rumore tanto quanto i casi di delinquenza di pochi, infatti, gli episodi negativi — come i reati — fanno molto più scalpore perché attirano attenzione, generano paura e fanno audience….(da.di.)

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