Le microplastiche sono ovunque: nell’aria, nell’acqua, nei cibi confezionati e, secondo ricerche recenti, perfino nelle arterie. Il punto più delicato riguarda il cuore, dove la scienza sta raccogliendo segnali sempre più inquietanti.
Cosa ha scoperto lo studio del 2024
Il caso che ha cambiato il livello del dibattito è lo studio pubblicato nel 2024 sul New England Journal of Medicine e coordinato dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. I ricercatori hanno analizzato le placche aterosclerotiche di 257 pazienti con stenosi carotidea asintomatica e hanno trovato microparticelle di polietilene nel 58,4% dei casi e di PVC in una quota intorno al 12%. Nel follow-up di 34 mesi, la presenza di microplastiche nelle placche è risultata associata a un rischio più elevato di infarto, ictus o morte rispetto ai pazienti privi di particelle rilevate.
Secondo Raffaele Marfella, primo autore dello studio, l’effetto pro-infiammatorio delle micro- e nanoplastiche potrebbe contribuire a rendere le placche più instabili. È un’ipotesi biologica importante, ma la comunità scientifica continua a chiedere ulteriori conferme prima di considerare il nesso causale definitivamente dimostrato.
Microplastiche e rischio cardiovascolare
Nel 2026 il tema è tornato attuale con nuovi aggiornamenti divulgativi e con una crescente attenzione alla riduzione dell’esposizione nella vita quotidiana. Il messaggio della comunità scientifica è prudente ma chiaro: eliminare del tutto le microplastiche è impossibile, però si può abbassare il carico complessivo con alcune scelte concrete.
Tra le raccomandazioni più ricorrenti c’è quella di non scaldare i cibi nella plastica, neppure nei contenitori dichiarati adatti al microonde, perché il calore può favorire il rilascio di particelle. Più sicuri vetro e acciaio, soprattutto per conservare e riscaldare gli alimenti.
Anche l’acqua conta. In diversi contesti, quella in bottiglia di plastica può contenere più microplastiche rispetto a quella del rubinetto. Dove possibile, l’uso di filtri domestici di buona qualità può contribuire a ridurre l’esposizione.
Un altro fronte riguarda l’alimentazione industriale. I cibi ultraprocessati, per il numero di passaggi produttivi e per il contatto con imballaggi plastici, possono risultare più esposti alla contaminazione rispetto agli alimenti freschi o minimamente lavorati.
Come ridurre l’esposizione in casa e in cucina
Infine, non va trascurata la casa. Aspirare con filtri HEPA, arieggiare regolarmente gli ambienti e limitare il lavaggio dei tessuti sintetici, o usare filtri specifici per la lavatrice, può aiutare a contenere la dispersione di fibre plastiche nell’aria.
Il punto, oggi, non è alimentare allarmismi. È riconoscere che le microplastiche sono entrate nel perimetro della salute pubblica e che la questione merita più dati, più monitoraggio e un racconto giornalistico all’altezza della sua rilevanza.
La domanda, ormai, non è più se le microplastiche ci circondino. La vera questione è quanto a fondo stiano entrando nei processi biologici dell’organismo umano — e quanto presto la scienza riuscirà a misurarlo con precisione.





