Le microplastiche sono ormai ovunque: nell’acqua che beviamo, nel cibo che mangiamo, nell’aria che respiriamo. E la scienza sta raccogliendo prove sempre più solide che queste particelle invisibili non siano innocue per il cuore. Nelle ultime settimane una serie di pubblicazioni internazionali ha riacceso l’allarme, mentre in Italia la copertura del tema resta ancora frammentata rispetto alla sua rilevanza reale.
Microplastiche nelle arterie: il rischio cardiovascolare non è più teorico
Il punto di svolta era arrivato già nel marzo 2024, con uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e coordinato dall’Università della Campania Luigi Vanvitelli. I ricercatori avevano analizzato le placche aterosclerotiche rimosse chirurgicamente da 257 pazienti con stenosi carotidea asintomatica. Risultato: microparticelle di polietilene nel 58,4% dei casi e di PVC nel 12% circa. Seguiti per 34 mesi, i pazienti con microplastiche nelle placche mostravano un rischio almeno doppio di infarto, ictus o morte rispetto a chi ne era privo.
«L’effetto pro-infiammatorio potrebbe essere uno dei motivi per cui le micro- e nanoplastiche comportano una maggiore instabilità delle placche», spiega Raffaele Marfella, primo autore dello studio e professore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ di Napoli”
A distanza di oltre un anno, la ricerca non si è fermata. Nelle ultime settimane di aprile 2026, UPMC HealthBeat e la UCSF hanno pubblicato nuovi aggiornamenti destinati al pubblico, mentre l’Environmental Working Group (EWG) ha diffuso una guida pratica su come abbassare l’esposizione attraverso le scelte alimentari quotidiane. Il filo conduttore è sempre lo stesso: non è possibile eliminare completamente le microplastiche dalla propria vita, ma è possibile ridurne significativamente il carico con pochi accorgimenti.

Come si riducono le microplastiche nella dieta e in casa
Gli esperti di NYU Langone convergono su alcune indicazioni chiave. La prima riguarda i contenitori: evitare di scaldare cibi in plastica, anche quella dichiarata “adatta al microonde”, poiché il calore accelera il rilascio di particelle. Scegliere vetro o acciaio per conservare gli alimenti è la soluzione più efficace.
Secondo punto: l’acqua. Quella in bottiglia di plastica contiene concentrazioni di microplastiche spesso superiori a quella del rubinetto; filtrare l’acqua di rete con un buon filtro domestico riduce l’esposizione in modo misurabile.
Terzo punto: gli alimenti ultraprocessati, che per definizione attraversano più fasi produttive e più imballaggi plastici, presentano livelli più alti di contaminazione rispetto a freschi e minimamente lavorati.
Infine, in casa: passare l’aspirapolvere con filtro HEPA, aprire le finestre per ricambiare l’aria e lavare i capi sintetici meno frequentemente (o usare filtri per la lavatrice) aiuta a tenere sotto controllo l’inalazione di fibre plastiche aerodisperse.
Per approfondimenti clinici aggiornati si rimanda alle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità sulle microplastiche.
Per chi vuole leggere anche del nesso tra alimentazione e infiammazione cardiovascolare, su quotidianodiragusa.it è disponibile un articolo correlato: Dieta mediterranea e prevenzione delle malattie cardiache.




