In Sicilia hanno chiuso quasi 38 mila attività in due anni, e a pagare il conto più alto sono le micro e piccole imprese. Lo ha detto Salvatore Mancarella, presidente di Feditalimprese Sicilia, che accusa una burocrazia sproporzionata rispetto alle dimensioni delle aziende e costi strutturali che bloccano investimenti e assunzioni.
Mancarella non confonde le cessazioni con i fallimenti, ma avverte che la distinzione tecnica non basta a leggere il fenomeno. «Dietro questi numeri ci sono migliaia di attività che non trovano più le condizioni per continuare, investire e programmare il futuro», ha spiegato. «Quando chiude una piccola impresa, scompare un presidio economico e sociale sul territorio, e con esso il reddito di intere famiglie».
Crescita sì, ma non per tutti
Il dato arriva mentre gli indicatori macroeconomici descrivono un’isola in ripresa. Per l’associazione la contraddizione è solo apparente. «Un’economia può crescere nel suo complesso mentre specifici settori o categorie di imprese attraversano una crisi profonda», ha detto Mancarella. «Il vero nodo è capire come viene distribuita questa crescita e chi riesce a beneficiarne realmente».
Accanto ad aziende dinamiche e pronte a competere resta, secondo il presidente, un tessuto enorme di micro-imprese schiacciate da costi e difficoltà quotidiane.
Il peso della burocrazia
Il primo ostacolo è la burocrazia, soprattutto quando non tiene conto delle dimensioni. Una grande impresa ha uffici dedicati agli adempimenti. Il titolare di una micro-azienda li sbriga da solo, sottraendo ore e risorse al lavoro. «Non chiediamo meno regole a prescindere – ha precisato Mancarella – ma procedure più semplici, chiare e una pubblica amministrazione più veloce. L’incertezza sui tempi di un’autorizzazione è il peggior nemico degli investimenti».
Critiche anche agli incentivi pubblici, utili ma insufficienti se slegati da riforme strutturali. «Non si può basare la politica economica solo sulla logica del contributo a fondo perduto», ha detto il presidente. «Prima ancora di sostenere un’impresa economicamente, dobbiamo metterla nelle condizioni di lavorare».
«La vera politica per le imprese comincia dal contesto, non dal sussidio», ha aggiunto.
Tre richieste alla Regione
Per invertire la tendenza, Feditalimprese Sicilia chiede alla politica regionale di intervenire subito su tre fronti: una semplificazione amministrativa che garantisca tempi certi e rapidi; la riduzione dei costi strutturali, a partire dal cuneo fiscale, per rendere conveniente investire e assumere in modo stabile; un accesso al credito più semplice, perché oggi le procedure complesse finiscono per escludere proprio le realtà più piccole.
«L’accesso al credito deve accompagnare lo sviluppo e non essere solo un salvagente per le emergenze di liquidità», ha sottolineato Mancarella. Sul lavoro il ragionamento è lineare: senza un calo del costo complessivo, assumere non conviene.
Il rischio, per l’associazione, è che imprenditori validi rinuncino a investire in un’isola che non manca di competenze e di settori ad alto potenziale. «La Sicilia non ha bisogno di assistenza – ha concluso il presidente – ha bisogno di condizioni migliori per produrre».



