Quando si parla di Martin Scorsese il pensiero va inevitabilmente al genere delle “crime story”, di cui il regista italoamericano è stato fra i più grandi interpreti della storia del cinema tanto da aver realizzato film così influenti da aver generato copie, libri e addirittura slot machine a tema. Tre dei suoi titoli più celebri, in particolare, formano una sorta di “trilogia ideale” dedicata al mondo del crimine organizzato tra gangster e malavita: parliamo ovviamente di “Quei bravi ragazzi”, “Casinò” e “The Irishman”, quest’ultimo uscito a quasi vent’anni di distanza dal secondo.
Questa trilogia si è sviluppata nel corso di un trentennio ed è forse la più straordinaria prova della capacità registica di Martin Scorsese, capace di tornare sugli stessi temi ogni volta rinnovando però il racconto. Il percorso narrativo racconta il modo in cui il rapporto fra l’America e l’immaginario italiano del crimine si è evoluto nel tempo, facendo avanti e indietro dal Mediterraneo, a cui poi il regista è molto legato come testimoniato dal suo recente coinvolgimento in un progetto documentaristico legato a un relitto greco riemerso al largo della Sicilia.
Quei bravi ragazzi e Casinò: gli anni d’oro della mala secondo Scorsese
Il primo film è Quei Bravi Ragazzi, un capolavoro uscito nel 1990 tratto dall’omonimo libro di Nicholas Pileggi; il film racconta la parabola reale di Henry Hill, mafioso italoamericano che dalla giovinezza nelle strade di Brooklyn arriva a una vita di lusso e violenza per poi crollare e collaborare con la giustizia. Robert De Niro, Joe Pesci e Ray Liotta consegnano alla storia del cinema un trio interpretativo memorabile, sostenuto da una regia capace di mescolare in maniera estremamente sapiente voce narrante, montaggio musicale e movimenti di macchina inconfondibili.
A distanza di cinque anni arriva Casinò, che invece è ambientato a Las Vegas durante il corso dei vorticosi anni Settanta; in questo film De Niro torna a vestire i panni del protagonista al fianco di Pesci e della bellissima Sharon Stone, parlando di ciò che succede dentro i grandi casinò della città del gioco, fra brillantini e poteri sotterranei che pervadono il quotidiano dei protagonisti. Secondo il parere di chi scrive, sono davvero pochissimi i film che sono riusciti a raccontare in maniera così efficace il funzionamento degli imperi del divertimento e i loro equilibri, accostando le parabole emotive dei personaggi a quelle dell’intera epoca in cui il film è ambientato: elementi di qualità che costituiscono l’ennesima riprova dell’importanza del regista italoamericano.
The Irishman: la trilogia si chiude con un epitaffio
Il terzo capitolo arriva ventiquattro anni dopo Casinò e lo fa attraverso l’intercessione di Netflix, che a questo giro produce il film.
Nel 2019 Scorsese riunisce nuovamente sul set Robert De Niro e Joe Pesci, ai quali aggiunge la presenza monumentale di Al Pacino e di Harvey Keitel, per un’opera che ha richiesto un monumentale lavoro tecnologico per ringiovanire digitalmente gli attori al fine di poter raccontare la storia delle storie, quella di Frank Sheeran. Questo è un sicario di origini irlandesi e il film lo segue durante il corso di oltre cinquant’anni di storia americana, con al centro il suo rapporto con il sindacalista Jimmy Hoffa; questa volta il racconto privilegia una riflessione malinconica sull’invecchiamento, sulla morte e sull’eredità delle proprie scelte a dispetto dell’euforia dei precedenti due film.
Visti uno dopo l’altro questi film mostrano in maniera estremamente chiara la coerenza della narrazione di Scorsese, dove crimine, identità e potere si spalleggiano senza mai ripetersi. Questa trilogia ha dimostrato anche l’incredibile capacità di Scorsese di riuscire nel far dialogare Hollywood e l’Italia in maniera incredibilmente efficace; tale legame non è stato mai nascosto dal regista, anzi, alle volte ha fatto anche capolino in maniera palese nelle sue opere. Il caso più eclatante è quello di The Wolf Of Wall Street, in cui una scena musicale ha come canzone centrale la bellissima “Gloria” di Umberto Tozzi.
Tre film, tre epoche diverse della carriera di Scorsese, un unico filo conduttore: il tentativo di raccontare le contraddizioni del grande sogno americano.



