La lotta alla malattia di Parkinson segna un punto di svolta grazie alla scoperta di una “firma” biologica nel sistema digerente. Un team internazionale di ricercatori ha dimostrato che l’analisi dei microrganismi presenti nell’intestino può rivelare la predisposizione alla patologia con largo anticipo rispetto alle manifestazioni cliniche. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, apre concretamente la strada a un test del microbioma basato sull’esame delle feci per identificare i soggetti ad alto rischio.
Il Parkinson colpisce oggi circa 10 milioni di persone nel mondo, con una prevalenza che in Italia interessa circa 300.000 pazienti. I dati epidemiologici indicano che si tratta della patologia neurodegenerativa con la crescita più rapida a livello globale, raddoppiata negli ultimi vent’anni a causa dell’invecchiamento della popolazione e di fattori ambientali. Storicamente, la diagnosi avviene quando il 60-80% dei neuroni dopaminergici è già andato perduto; identificare biomarcatori precoci nel microbiota rappresenta quindi la nuova frontiera per anticipare i trattamenti.
Analisi del microbiota per la diagnosi precoce del Parkinson
La ricerca ha coinvolto eccellenze italiane come l’Irccs Mondino, l’Università di Pavia, l’Asl-Irccs di Reggio Emilia e il Policlinico di Milano, in collaborazione con l’University College London. Il campione ha analizzato 271 pazienti, 150 individui sani e un gruppo cruciale di 43 portatori della variante GBA1. Quest’ultima è una mutazione genetica che può incrementare fino a 30 volte il rischio di sviluppare il disturbo, pur in assenza di sintomi immediati.
I risultati mostrano che 176 specie batteriche presentano concentrazioni significativamente diverse tra i malati e i soggetti sani. In particolare, le persone ad alto rischio ma ancora asintomatiche mostrano un profilo intermedio, una sorta di zona grigia biologica che funge da segnale d’allarme precoce. Anthony Schapira, coordinatore dello studio, ha sottolineato l’importanza di questi dati: “Per la prima volta abbiamo identificato batteri nell’intestino di persone con Parkinson che si trovano anche nelle persone ad alto rischio genetico per la malattia, ma ancora asintomatiche”.
Nuove strategie di prevenzione tramite la flora batterica
L’individuazione di queste alterazioni microbiche non serve solo alla diagnostica, ma suggerisce la possibilità di intervenire direttamente sul microbioma per rallentare o prevenire l’esordio della neurodegenerazione. Poiché il sistema nervoso enterico è strettamente connesso al cervello tramite l’asse intestino-cervello, la modifica della dieta o l’uso di farmaci mirati potrebbe diventare una terapia preventiva standard per chi risulta positivo ai test.
Secondo Schapira, questa firma batterica si riscontra anche in una piccola frazione della popolazione generale non portatrice di mutazioni note. “La scoperta apre la strada anche alla possibilità di modificare la composizione della flora batterica intestinale, con dieta o farmaci, per ridurre tale rischio”, conclude l’esperto. La possibilità di agire su un fattore modificabile come l’intestino offre una nuova speranza per contrastare una malattia che rimane, ad oggi, una delle principali cause di disabilità motoria a livello globale.




