Il Bonus Giorgetti si conferma come uno degli strumenti principali della Manovra 2026 per trattenere i lavoratori esperti in servizio. La misura consente a chi matura i requisiti per la pensione anticipata di rinunciare all’accredito dei propri contributi previdenziali, ricevendoli direttamente nello stipendio mensile. Se da un lato il lavoratore ottiene un immediato incremento della liquidità, dall’altro l’INPS avverte che la scelta non è neutra: il minor versamento di contributi IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti) comporterà inevitabilmente un trattamento pensionistico futuro più leggero.
Il ricorso a incentivi per il posticipo del pensionamento non è una novità nel sistema italiano, che deve affrontare un rapporto tra lavoratori e pensionati sempre più sbilanciato. Con un’età media della popolazione tra le più alte d’Europa e una spesa previdenziale che sfiora il 16% del PIL, lo Stato punta a ridurre il numero di uscite anticipate tramite strumenti come il Bonus Giorgetti, erede del vecchio “Bonus Maroni”. Tuttavia, la quota di lavoratori che sceglie di restare in servizio è influenzata non solo dal vantaggio economico immediato, ma anche dalla crescente consapevolezza che ogni anno di mancata contribuzione incide direttamente sulla rendita calcolata con il metodo contributivo.
Chi può richiedere l’aumento dello stipendio netto
L’accesso all’incentivo, disciplinato dalla Legge 199/2025 e dalla Circolare INPS n. 42/2026, riguarda i dipendenti pubblici e privati iscritti all’assicurazione obbligatoria (AGO). Possono aderire coloro che raggiungono i requisiti per la pensione anticipata ordinaria entro il 31 dicembre 2026, o chi ha già perfezionato i requisiti per la cosiddetta Quota 103 entro la fine del 2025. Restano invece esclusi i lavoratori che hanno già raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia ordinaria o chi è già titolare di un trattamento pensionistico diretto.
Scegliere il Bonus Giorgetti significa operare una rinuncia formale all’accredito della quota contributiva a carico del dipendente, solitamente pari al 9,19% della retribuzione imponibile. Questo importo, anziché essere accantonato nella propria posizione previdenziale, viene erogato in busta paga e risulta, peraltro, fiscalmente agevolato. L’aumento del netto mensile può apparire consistente, specialmente in un contesto di inflazione, ma impone una riflessione accurata sulla sostenibilità economica nel lungo periodo.
Gli effetti reali sulla rendita pensionistica futura
Il meccanismo di calcolo della pensione è il nodo centrale della valutazione. Mentre la quota retributiva rimane intatta, la parte contributiva subisce un rallentamento. Rinunciando ai versamenti propri, il montante individuale cresce solo grazie alla quota versata dal datore di lavoro. L’INPS chiarisce infatti che per i periodi coperti dal Bonus Giorgetti, la base che determina la quota di pensione contributiva risulta ridotta. Si tratta di un equilibrio tra maggiore liquidità oggi e minore rendita previdenziale domani.
Un esempio pratico aiuta a quantificare l’impatto: un dipendente con un reddito annuo di 36.000 euro otterrebbe un incremento netto in busta paga di circa 3.300 euro annui (circa 255 euro al mese). Tuttavia, se decidesse di restare in servizio per un solo anno usufruendo del bonus, l’assegno pensionistico futuro potrebbe ridursi di circa 14 euro lordi al mese per il resto della vita. Il “taglio” aumenta proporzionalmente alla retribuzione e alla durata dell’adesione all’incentivo, rendendo la scelta particolarmente sensibile per i quadri e i dirigenti con stipendi medio-alti.



