Ragusa – “Le mareggiate causate dal ciclone Harry sono state le più violente in confronto a tutte quelle del recente passato (come ad esempio quella del 12 novembre 2019): l’intensità dell’evento (onde fino a 16 metri al largo) e la mancanza di precedenti fanno chiaramente capire che non si tratta di semplice maltempo ma piuttosto di conseguenze della crisi climatica”. E’ quanto si legge in una nota congiunta a firma di quattro circoli di Legambiente della provincia di Ragusa: Circolo Legambiente “Il Carrubo” – Ragusa; Circolo Legambiente “Melograno” – Modica; Circolo Legambiente “Kiafura” – Scicli; Circolo Legmabiente “Sikelion” – Ispica.
“Ma, se oggi si contano più danni” – dichiarano i presidenti dei circoli Legambiente della provincia di Ragusa – “è anche e soprattutto perché l’uomo che si è avvicinato al mare invadendone lo spazio naturale ed alterando i delicati equilibri che presiedono alla formazione delle spiagge bloccando o deviando il flusso dei detriti con opere nei corsi d’acqua e con strutture rigide come moli, porti, lungomari, edifici.
Nell’arco di qualche decennio: le dune e le spiagge della provincia di Ragusa sono state spazzate via da urbanizzazioni spinte fin sulla battigia; a ridosso del litorale sono stati costruite abitazioni col privilegio della “vista mare”; c’è stata una proliferazione di porti senza riguardo per il loro impatto sulle spiagge sotto flutto.
Le risposte agli eventi dannosi, che si registrano con una frequenza sempre più alta anche per le mutate condizioni del clima (esasperate dal fatto che il bacino del Mediterraneo, più piccolo e chiuso, sta subendo un riscaldamento più rapido rispetto agli oceani), non possono essere frangiflutti e pennelli (tra l’altro vietati dal piano paesaggistico) che, irrigidendo ulteriormente la linea di riva, riflettono le onde ed innescano altra erosione nelle zone limitrofe.
Mai si pensa ad intervenire sulle cause del fenomeno che sono state ampiamente riconosciute dagli enti governativi preposti; si pensa solo a riprodurre il circolo vizioso ‘urbanizzazioni – erosione – opere di difesa’ che inghiotte imponenti risorse finanziarie. È ora di prendere atto che non si tratta più di “calamità naturali” ma di fragilità permanente del sistema spiaggia che va affrontato in
termini di ripristino degli apporti sedimentari e di adattamento del waterfront.
Bisogna denunciare l’incapacità e la connivenza delle Amministrazioni pubbliche, che non si sono mai attivate con interventi appropriativi sulla fascia di inedificabilità assoluta (150 mt dalla battigia) utilizzando gli strumenti legislativi in loro possesso, come ad esempio l’espropriazione per pubblica utilità della fascia (ancora dei privati) che avrebbe dovuto essere occupata dal cordone dunale
(barriera naturale contro l’erosione), che funge anche di protezione di quella retrostante. Forse Il risarcimento dei danni lo dovrebbe chiedere lo Stato alle amministrazioni politiche (Regione, Province, Comuni) inadempienti e che non hanno attuato le norme di tutela (istituzione di Riserve e Parchi), o addirittura ne hanno ostacolato l’attuazione per interessi politici, con interventi legislativi
studiati ad hoc.
Occorre proteggere le dune esistenti e procedere a interventi di rinaturalizzazione: rimozione dell’asfalto e delle strutture artificiali che impediscono il movimento della sabbia, ricostruzione delle dune e reimpianto di flora autoctona per stabilizzare il suolo.”




