La dieta mediterranea protegge cuore e cervello attraverso un meccanismo biologico fino a oggi poco esplorato: le microproteine prodotte dai mitocondri. Una ricerca guidata dai ricercatori della USC Leonard Davis School of Gerontology ha rilevato che le persone che seguono un’alimentazione in stile mediterraneo presentano livelli più elevati di due specifiche microproteine mitocondriali — umanina e SHMOOSE — collegate rispettivamente alla protezione cardiovascolare, alla longevità e alla salute cerebrale, inclusa la riduzione del rischio di Alzheimer.
Lo studio apre un nuovo capitolo nella comprensione scientifica di uno dei modelli alimentari più studiati al mondo. Finora i benefici della dieta mediterranea erano stati associati principalmente alla composizione dei nutrienti — grassi insaturi, antiossidanti, fibre — senza che fosse chiaro il percorso molecolare attraverso cui questi effetti si producono a livello cellulare. La scoperta delle microproteine mitocondriali fornisce una risposta parziale ma concreta a questa domanda.
Le microproteine in questione non sono proteine ordinarie: a differenza di quelle tradizionali, codificate nel DNA nucleare, umanina e SHMOOSE sono prodotte da piccoli sistemi di lettura aperti nel genoma mitocondriale, regioni del DNA cellulare a lungo considerate non funzionali. La loro identificazione rappresenta di per sé un avanzamento nella biologia molecolare degli ultimi anni.
Umanina è la più studiata delle due: è collegata a un miglioramento della sensibilità all’insulina, alla protezione cardiocircolatoria, alla longevità e alla conservazione delle funzioni cognitive. SHMOOSE — acronimo di Small Human Mitochondrial ORF Over SErine tRNA — è invece specificamente legata alla salute cerebrale: nella sua forma normale protegge i neuroni dai danni causati dall’amiloide, la proteina il cui accumulo è associato all’Alzheimer. Una variante genetica di SHMOOSE è stata invece correlata a un aumento del rischio di sviluppare la malattia.
Dieta mediterranea e prevenzione delle malattie neurodegenerative: cosa dice la nuova ricerca
I ricercatori descrivono queste microproteine come “messaggeri molecolari” capaci di tradurre ciò che mangiamo nel modo in cui le cellule funzionano e invecchiano. In altri termini, il cibo non agisce solo come carburante: influenza direttamente i meccanismi di riparazione e protezione cellulare, con effetti misurabili sul rischio di patologie croniche legate all’età.
Il contesto in cui si inserisce questa scoperta è quello di un’urgenza sanitaria globale crescente. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo vivono oggi circa 55 milioni di persone con demenza, un numero destinato a triplicare entro il 2050. In Italia, il Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità stima oltre 1,2 milioni di pazienti con Alzheimer, con costi sociali e assistenziali che superano i 20 miliardi di euro annui. Identificare i meccanismi attraverso cui l’alimentazione può ridurre questo rischio rappresenta quindi una priorità della ricerca biomedica internazionale.
La dieta mediterranea è riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dal 2010 e continua a essere oggetto di studi su scala globale. Questa nuova ricerca aggiunge un tassello molecolare a un quadro già solido: non si tratta solo di mangiare bene, ma di attivare, attraverso il cibo, sistemi biologici di protezione che operano a livello subcellulare. Una prospettiva che apre la strada a interventi nutrizionali sempre più mirati nella prevenzione dell’invecchiamento patologico.
Si ricorda ai lettori che le informazioni riportate hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere di un professionista. Per piani alimentari personalizzati o questioni mediche, consultare sempre un nutrizionista o il proprio medico.



