Cresce l’attesa, per gli appassionati di teatro, e per gli estimatori della Compagnia Godot, per quella che già si prefigura come una delle scommesse più impegnative, per i direttori artistici Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso e per i loro attori, di una presenza teatrale che si è sempre confrontata con testi non facili né scontati o banali, alla ricerca sempre di un quid in più. Parliamo della mise en scene di Ubu Re, capolavoro ‘patafisico’ di Alfred Jarry, scritto nel 1888/1889 e che influenzò sicuramente molte delle avanguardie artistiche e culturali che nei successivi primi decenni del ‘secolo breve’, il Novecento, scardinarono i canoni immutati e ritenuti immutabili dei secoli precedenti.
La nuova e coraggiosa impresa di Godot approderà sul palco della Maison di via Carducci, divenuta ormai un luogo del cuore per tanti spettatori, nel prossimo fine settimana di aprile, nelle giornate del 17/18/19. E per avere un’idea di cosa ci si può aspettare in questi appuntamenti teatrali, lasciamo spazio a quanto scrive il regista Vittorio Bonaccorso. “Non tutto nella creazione è umanamente bello […] il brutto vi esiste accanto al bello, il deforme accanto al grazioso, il grottesco sul rovescio del sublime, il male con il bene, l’ombra con la luce.”
(dal saggio “Sul grottesco” di Victor Hugo)
Dopo aver affrontato Beckett, Ionesco, Perec, Valentin, Pessoa ed altri autori che si rifanno all’assurdo, non potevamo non dedicarci a Jarry, antesignano di un modo di intendere l’arte che ha influenzato non poco gli ultimi due secoli. Lo spettacolo che presentiamo è prima di tutto un grande gioco teatrale, irresistibilmente divertente, costruito su un ritmo comico, esagerato e grottesco che coinvolge lo spettatore fin dalle prime battute. Nella nostra messa in scena abbiamo voluto creare un ponte tra passato, presente e futuro (anche attraverso l’accostamento di costumi di stili diversi), perché la figura del tiranno assetato di potere, che spesso sfiora il ridicolo e il grottesco, purtroppo continua a ripresentarsi nella storia umana. Ridiamo di Ubu, delle sue assurdità e della sua smodata avidità, ma quella risata porta con sé anche un’eco inquietante: dietro la caricatura si nasconde qualcosa che continua a riguardarci da vicino.
Tanti sono i punti d’incontro tra i vari appuntamenti di questa 20^ stagione di Palchi Diversi: l’assurdo, il surreale, il grottesco. Tutti termini che hanno forgiato quella meravigliosa stagione che va dalla fine dell’800 a tutto il primo ‘900, un periodo in cui cominciano a delinearsi le avanguardie nelle arti figurative, nella letteratura e nel teatro. Parole che continueranno a esercitare la loro influenza fino ai giorni nostri: duttili, malleabili, capaci di adattarsi a molteplici declinazioni. Il big bang da cui certamente nacque il filone artistico che ingloba queste tre dimensioni fu l’invenzione straordinaria di Alfred Jarry: la Patafisica. Padre Ubu, la maschera inventata da Jarry, in effetti ebbe un’origine reale.
L’autore prese spunto da un suo professore di fisica, un certo Félix Frédéric Hébert, al quale gli allievi avevano già affibbiato alcuni soprannomi: ébé o ebouille (ebete), da cui Ubu. Jarry utilizza questa figura per costruire una feroce satira del potere e delle convenzioni sociali. Ubu è un personaggio meschino, tirannico, dominato da un’insaziabile brama di controllo. Il suo comportamento irrazionale incarna l’assurdità delle strutture di potere, suggerendo che la vera natura di quest’ultimo è spesso ridicola, arbitraria e priva di logica. Il dramma è dominato dall’assurdo e dal surreale, ma presenta anche evidenti ascendenze shakespeariane (la storia ricalca parodisticamente il Macbeth) e richiami ai classici greci (in alcuni punti affiorano echi dei Persiani di Eschilo). Tuttavia la vera chiave di lettura di Ubu re è il grottesco, che Jarry porta fino all’esasperazione, trasformandolo in uno strumento d’indagine della realtà multiforme e imperfetta. L’autore deforma ogni aspetto del testo: fa a pezzi le convenzioni teatrali — che il pubblico dell’epoca considerava intoccabili — disarticola il linguaggio, maltratta l’ortografia, parodia celebri drammi e si mostra del tutto indifferente alla verosimiglianza o all’approfondimento psicologico dei personaggi. Anche nella struttura l’opera compie provocazioni inaudite: dialoghi e scene subiscono interruzioni improvvise, mentre elementi incongrui irrompono senza preavviso.
Eppure, proprio attraverso il grottesco, Jarry mantiene sempre un legame con la realtà, spingendo gli spettatori a interrogarsi sulla propria condotta morale. Nella figura di Ubu si annidano infatti allusioni agli istinti umani più elementari. Grande lettore di Rabelais, Jarry costruisce il “mostro” Ubu sulle figure dei giganti Gargantua e Pantagruel, eliminando però qualsiasi parvenza di umanità. Ne nasce un fantoccio disgustoso a forma di pera, con un enorme ventre — la celebre gidouille — simbolo precursore di tutti i tiranni che hanno infestato l’età moderna e che ancora oggi compiono scempi, torturando, uccidendo e “sterminando” intere popolazioni. Un testo geniale, esilarante e profondamente destabilizzante: perché ci fa ridere molto, ma allo stesso tempo ci costringe a riconoscere, dietro la caricatura, qualcosa della nostra stessa imperfezione”. (daniele distefano)



