Il dibattito sulla politica economica italiana si concentra su due fronti: la Rottamazione quinquies e la riduzione delle aliquote Irpef. Nonostante vengano presentate come misure complementari, un’analisi approfondita rivela che hanno impatti profondamente diversi. Mentre il taglio Irpef rischia di essere un’operazione di facciata, la rottamazione rappresenta una potenziale riforma strutturale, capace di generare un impatto reale sull’economia e sulla società.
L’illusione di un aumento in busta paga
Il taglio dell’Irpef è promosso come un vantaggio per il ceto medio. Tuttavia, per la maggior parte dei lavoratori si traduce in un guadagno netto mensile irrisorio, che va dai 5 ai 15 euro. In un contesto di inflazione persistente, questa cifra è del tutto insufficiente a incidere sul potere d’acquisto delle famiglie o a stimolare i consumi.
Inoltre, il beneficio è regressivo: chi ha redditi più alti ottiene un risparmio annuo significativo, mentre la grande maggioranza dei contribuenti vede un vantaggio marginale, facilmente annullato dal costo di una bolletta o di un pieno di carburante. Il tutto, gravando direttamente sulle entrate dello Stato, senza alcuna garanzia di ritorno. Una mossa politicamente spendibile, ma economicamente sterile.
La rottamazione: un investimento per lo Stato e i cittadini
La Rottamazione quinquies, al contrario, non è un semplice condono. È un meccanismo che mira a riportare alla regolarità fiscale milioni di cittadini e imprese sommersi da cartelle esattoriali spesso inesigibili. Le sue caratteristiche tecniche lo dimostrano:
- Un piano di pagamento flessibile, con possibilità di rateizzazione fino a 120 rate in 10 anni.
- La possibilità di saltare fino a 8 rate non consecutive senza perdere il beneficio.
- L’inclusione dei debiti affidati alla riscossione in un lungo arco temporale.
- L’esclusione di chi ha ripetutamente abusato delle precedenti rottamazioni.
Il risultato non è la cancellazione del debito, ma la creazione di un piano di rientro sostenibile che consente a chi è in difficoltà di tornare a essere un contribuente attivo. Questo genere di operazione genera entrate certe per lo Stato nel medio-lungo periodo e riduce drasticamente il contenzioso pendente.
Sostenibilità e pace sociale
La vera differenza tra le due misure si osserva a livello macroeconomico e sociale. Il taglio Irpef riduce le entrate dello Stato senza allargare la base imponibile. La rottamazione, invece, aumenta la base imponibile, reinserendo nel circuito fiscale soggetti che altrimenti ne rimarrebbero esclusi per sempre.
Oltre ai benefici economici, la rottamazione offre anche una “pace sociale”. Restituire a un artigiano o a una famiglia la possibilità di regolarizzare un debito decennale significa ricostruire la fiducia nel rapporto tra cittadino e Stato. È un investimento strategico sulla compliance futura, che vale molto di più dei pochi euro mensili offerti da una riduzione dell’Irpef, una soluzione puramente cosmetica.