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Coronavirus, psicologi ed educatori di Laureus Sport for Good nelle periferie italiane

Si rinchiuse in una guardia stretta con la schiena

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Coronavirus, psicologi ed educatori di Laureus Sport for Good nelle periferie italiane Coronavirus, psicologi ed educatori di Laureus Sport for Good nelle periferie italiane

Roma, 7 mag. - Il 30 ottobre del 1974 Muhammad Alì e George Foreman si affrontarono nell'incontro di pugilato più importante del ventesimo secolo, passato alla storia come “The Rumble in the Jungle”. Foreman era il favorito, ma Alì non si scoraggiò e applicò una tattica attendista. Si rinchiuse in una guardia stretta con la schiena alle corde ed attese che il suo avversario si sfiancasse. Non uscì dal suo guscio prima di avere la certezza che Foreman fosse esausto. Solo a quel punto ruppe gli indugi e lo sconfisse. Così come Alì anche la Fondazione Laureus Sport for Good non è rimasta passiva durante l'emergenza Covid-19, in attesa di poter uscire allo scoperto per vincere la sua partita.

Dal 4 maggio del 2005 la Fondazione Laureus Sport for Good interviene con la sua squadra di psicologi dello sport, educatori, maestri e allenatori, nelle periferie di Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli con l'obiettivo di sostenere i minori a rischio di devianza attraverso l'uso positivo della pratica sportiva. Nella stagione 2019-2020 sono stati 85 gli insegnanti e allenatori coinvolti nei progetti sul territorio, che hanno interessato 39 scuole e società sportive e ben 1945 bambini. A causa della pandemia la squadra di lavoro della Fondazione Laureus Italia è stata costretta a rivedere in corsa le sue metodologie di lavoro per far sì che tutti gli sforzi profusi finora non risultino vani.

"In prima battuta si è reso necessario un supporto agli operatori del campo improvvisamente tolti dal proprio ambiente e non abituati a una modalità relazionale non fisica con le proprie squadre", ammonisce Alessandra Stella, tutor Laureus e psicologa dello sport, che opera a Milano. "In una modalità di lavoro che viaggia online, la reciprocità dei rapporti non è garantita e questo ha complicato il lavoro a catena, in primis di insegnanti e allenatori. Il gruppo cui ci rivolgiamo non va più inteso come un semplice raggruppamento di persone, ma come un insieme di individualità che collaborano, sotto la direzione di una guida, per compiere attività a fini educativi. In questa fase un gruppo squadra deve più che mai incarnare compattezza, coordinamento e senso di appartenenza. La maglia della squadra o il continuo riferimento al campo e al pallone tiene vivo nel bambino il ricordo di qualcosa di bello che lo stimola a sentirsi parte dell'esperienza evocata", asserisce Alessandra.

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