Lockdown energetico in Italia: cosa potrebbe cambiare da maggio tra condizionatori, industria e mobilità
Il ministro Crosetto conferma la crisi: se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso, scatterebbero razionamenti e nuove restrizioni sui consumi. Il governo studia un piano d’emergenza.
L’Italia non ha riserve energetiche sufficienti e se la crisi in Medio Oriente non si risolverà entro poche settimane, il governo dovrà intervenire con misure di austerity che toccheranno famiglie, industrie e mobilità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha detto esplicitamente al Corriere della Sera: “non tutto, ma molto” potrebbe chiudere nel giro di un mese.
Il punto critico è il gas naturale. Secondo le stime circolate nelle ultime ore, il flusso potrebbe iniziare a rallentare entro tre settimane, spingendo il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica — guidato da Gilberto Pichetto Fratin — a intervenire sulle scorte e a calmierare i consumi, sulla falsariga di quanto già fatto nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
In quel caso, l’Italia riuscì a ridurre i consumi di gas di circa il 10% rispetto all’anno precedente grazie a una combinazione di misure volontarie e obbligatorie, con il riscaldamento abbassato di un grado negli edifici pubblici e un’accelerazione delle importazioni da Algeria, Azerbaijan e dai terminali GNL. Oggi lo scenario è diverso: la chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del gas naturale liquefatto mondiale — renderebbe molto più difficile replicare quella strategia.
Dal condizionatore al carbone: le misure allo studio per il lockdown energetico
Tra le ipotesi più concrete c’è quella di limitare l’uso dei condizionatori: si parla di ridurne la temperatura di un grado o di tagliare un’ora di utilizzo giornaliero. Una misura che, in un Paese dove il raffrescamento estivo incide in modo significativo sui picchi di consumo elettrico, potrebbe alleggerire la rete in modo apprezzabile.
Sul fronte dell’illuminazione pubblica, si valuta lo spegnimento di edifici, monumenti e luoghi pubblici nelle ore notturne. Sul fronte industriale, il governo ragiona su una rimodulazione delle filiere energivore — acciaio, meccanica, chimica di base — con possibili turni ridotti o fermate programmate per i siti che consumano di più.
Per la mobilità, ritorna l’ipotesi del sistema a targhe alterne, già sperimentato in passato nelle grandi città in occasione di emergenze ambientali. Parallelamente, si studia l’obbligo di smart working nel settore pubblico e, dove possibile, in quello privato — sul modello adottato durante la pandemia da Covid-19 nel 2020 — per ridurre gli spostamenti e il consumo di carburante.
Nel dibattito politico emergono posizioni divergenti: alcuni chiedono di tornare al carbone come soluzione ponte, altri di accelerare sulle rinnovabili, mentre la Lega propone di riaprire le forniture di gas russo. Opzioni che riflettono la frammentazione delle strategie energetiche nazionali, in assenza di un piano europeo coordinato.
Il commissario Ue all’Energia ha già avvertito che la situazione “non è ancora arrivata al punto” del razionamento obbligatorio, ma che Bruxelles si sta “preparando agli scenari peggiori”. Crosetto ha precisato che “i margini di manovra sono inevitabilmente limitati, soprattutto se non si agisce tutti insieme”: un richiamo alla necessità di una risposta europea, non solo nazionale. L’Italia attende ancora un piano ufficiale e strutturato. Nel frattempo, le ipotesi circolano — e con esse, l’urgenza di seguire l’evoluzione della crisi giorno per giorno. Per gli aggiornamenti del quadro normativo europeo, il riferimento rimane il portale ufficiale della Commissione europea per l’energia.



