“E cu nappi nappi de cassateddi di Pasqua!” recita un antico proverbio siciliano, usato per descrivere chi ha goduto di un periodo di prosperità destinato a finire. Le “cassateddi” non sono solo un dolce, ma il simbolo stesso della Pasqua nella Sicilia orientale, una festa dove la spiritualità si fonde indissolubilmente con la cultura materiale.
La Settimana Santa: un rito collettivo
La devozione dei siciliani si esprime attraverso una “Puisia ri Pasqua” che scandisce i giorni del dolore e della rinascita: dal pianto del lunedì ai “Sipulcri” del giovedì, fino alla gioia della domenica, quando “Gesuzzu n’Celu p’acciana” per salvare l’umanità.
In tutta l’isola, le festività animano le strade di città e borghi. Non è solo fede, ma una partecipazione popolare intensa che trasforma le vie in teatri a cielo aperto. I cortei delle confraternite, i paramenti quaresimali e i simulacri della Passione creano un’atmosfera di profondo pathos. La simbologia è ovunque: nel grano, nel pane rituale, nel viola dei paramenti e nei fiori primaverili che celebrano il trionfo della vita sul letargo invernale.
Il trionfo della tavola: i sapori della tradizione
Il pranzo di Pasqua in Sicilia è un vero inno alla gastronomia locale. Sulle tavole trionfano i piatti che celebrano la fine della Quaresima. Nel ragusano, il menù è un’esplosione di sapori: dalle celebri scacce alle ’mpanate d’agnello o pollo, passando per la ’nfigghiulata di ricotta e i turciniuna.
La pasticceria gioca un ruolo da protagonista: pecorelle di pasta reale, frutti martorana dai colori vivaci e le immancabili cuddure (o aucieddi cu l’ova), biscotti decorati che incastonano uova sode. Dai dolci di Valdina (la ciauna) alla pignolata messinese, fino alla cassata e al cannolo di ricotta, la Pasqua siciliana è un patrimonio di gusto ormai noto a livello mondiale.
La Ricetta della Tradizione: Le “Mpanate” Ragusane di Nonna Marianna
- Ingredienti: 650g di agnello a tocchetti, sale (12g), pepe nero, aglio verde tritato, prezzemolo.
- Il segreto: Condire la carne la sera prima per farla frollare. L’impasto, simile a quello delle focacce, richiede una noce di strutto per chilo di farina per garantire friabilità. La chiusura avviene con il caratteristico cordoncino intrecciato a spirale, detto u rieficu.
Un tour tra le province: i riti da non perdere
Le celebrazioni variano sensibilmente da una costa all’altra, offrendo uno spettacolo unico:
- Agrigento: A Licata sfilano le bambine vestite da sante, mentre ad Aragona i giganti di San Pietro e Paolo annunciano la festa. San Biagio Platani incanta con i suoi maestosi archi di pane.
- Caltanissetta: Celebre per la “Real Maestranza” e la processione del Cristo Nero, accompagnata dai canti ancestrali dei “fogliamari”.
- Enna: Il silenzio dei confratelli incappucciati rende il Venerdì Santo un evento suggestivo, mentre a Pietraperzia sfila “U Signuri di li fasci”, legato da 200 fasce di lino bianco.
- Palermo: A Piana degli Albanesi si respira l’Oriente con le liturgie in greco e i costumi ricamati in oro. A Prizzi, invece, va in scena il celebre “abballu di li diauli”.
- Trapani: La Processione dei Misteri, una delle più antiche d’Italia, dura quasi ventiquattro ore in un’atmosfera di incredibile intensità emotiva.
Amarcord: Quella Pasqua del ’67
Ricordare la Pasqua significa spesso tornare indietro col pensiero. Nel 1967, a Ragusa Ibla, l’aria mite si mescolava all’odore delle stoppie bruciate per scaldare il grande forno a pietra di via Ioppolo. Era un rito di quartiere: il vociare delle massaie all’alba era il preludio della festa.
In quegli anni, i segni della festa erano ovunque, tranne che in TV: il Venerdì Santo i soli due canali Rai trasmettevano solo musica classica, un “colpo al cuore” per i piccoli cultori del tubo catodico. Eppure, restava l’eccitazione per l’imminente fine della scuola e la libertà di scorrazzare nelle valli dell’Irminio.
Oggi, forse, abbiamo perso quello spirito di solidarietà e quel silenzio rispettoso. In un mondo trasformato in una “corsa all’oro”, riscoprire questi profumi e queste usanze è un atto di resistenza culturale. Perché, come ricorda il finale di ogni pranzo festivo: “Tintu cu a Pasqua passa la jurnata senza manciarisi la bedda cassata”. (Salvatore Battaglia, presidente Accademia delle Prefi)




