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Brexit, cronologia di un divorzio

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Brexit, cronologia di un divorzio Brexit, cronologia di un divorzio

Londra, 30 gen. - di Marco Liconti. Dalla promessa di David Cameron di tenere un referendum sull'appartenenza del Regno Unito all'Unione europea, alla mezzanotte del 31 gennaio. La cronologia della è segnata da una serie di date e battaglie politiche che hanno diviso l'opinione pubblica, non solo britannica. Ripercorriamo gli eventi degli ultimi quattro anni che hanno portato al divorzio tra Londra e Bruxelles. Era il 20 febbraio del 2016 quando l'allora premier conservatore Cameron annuncia che i britannici avranno la possibilità di decidere tra 'Remain' e 'Leave'.

Il 23 giugno, con una maggioranza del 52 per cento, i sudditi di Sua Maestà scelgono di uscire dalla Ue. Il giorno successivo, Cameron, che si era schierato per il 'Remain' convinto di una vittoria che avrebbe messo a tacere l'ala euroscettica dei Tories, annuncia le sue dimissioni. L'11 luglio il Partito conservatore elegge un nuovo leader e premier. Si tratta dell'ex ministro dell'Interno Theresa May, che nella campagna referendaria si era (timidamente) schierata per la permanenza nella Ue. La May, seconda donna nella storia del Regno Unito dopo Margaret Thatcher, è decisa a rispettare il risultato del referendum. Il 18 aprile del 2017, la premier annuncia le elezioni anticipate e chiede agli elettori un mandato "forte e stabile" per realizzare il suo piano per la Brexit.

Le elezioni dell'8 giugno si rivelano un boomerang. I Conservatori, pur rimanendo il primo partito, perdono la loro maggioranza alla Camera dei Comuni, costringendo la May a cercare i voti del Democratic Unionist Party (Dup) nordirlandese per sostenere il proprio governo. Nei mesi successivi, la premier vedrà ridotta enormemente la propria capacità di manovra politica, schiacciata tra l'intransigenza del Dup sulla questione del confine nordirlandese e le richieste inconciliabili delle due anime dei Tories, quella euroscettica e quella europeista.

Il 19 giugno iniziano i negoziati per la Brexit tra Londra e Bruxelles. L'8 dicembre viene concluso un accordo che definisce i termini dell'uscita del Regno Unito dalla Ue. Il 23 marzo del 2018, i leader dei Paesi Ue adottano le linee guida negoziali per il futuro rapporto con il Regno Unito. Il 6 luglio, il governo di Theresa May, nel corso di una movimentata riunione ai Chequers, la residenza di campagna dei premier britannici, approva un piano che prevede un futuro rapporto con la Ue "senza frizioni" per il commercio delle merci, ma non per il settore dei servizi.

Il 9 luglio, in opposizione al piano deciso tre giorni prima, il ministro degli Esteri Boris Johnson e quello per la Brexit David Davis annunciano le dimissioni dal governo May. Dominic Raab assume il ruolo di nuovo responsabile per la Brexit, mentre alla guida del Foreign Office viene nominato Jeremy Hunt. Il 14 novembre, dopo settimane di dure trattative, il governo May approva l'accordo di recesso negoziato con l'Unione europea. Il giorno successivo, Dominic Raab, contrario all'accordo, lascia anche lui l'incarico di ministro per la Brexit. Viene sostituito da Stephen Barclay.

Il 25 novembre, in un vertice ad hoc, i leader della Ue approvano le 585 pagine dell'accordo di recesso, che definisce in termini legalmente vincolanti i dettagli dell'uscita di Londra dall'Unione. In patria, per la May inizia una via crucis parlamentare che in ultimo porterà alle sue dimissioni. Il 10 dicembre, la premier è costretta a rinviare l'annunciato voto ai Comuni sull'accordo, dopo aver verificato la mancanza dei voti necessari all'approvazione. Il 12 dicembre, la May supera la mozione di sfiducia interna al Partito conservatore, presentata dalla frangia euroscettica dei Tories. In base alle regole del partito, nei successivi 12 mesi non potrà essere presentata un'altra sfiducia nei confronti della premier.

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