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I selfie estremi sui binari? Voglia di vetrinizzare on line le trasgressioni

Il sociologo Pira a Vanuty Fair

Il sociologo Pira a Vanity Fair: “ I selfie estremi sui binari? Voglia di vetrinizzare on line le trasgressioni”. “Noi adulti dobbiamo parlare di questi episodi e cercare di capire perché si cercano le emozioni mettendo il serio pericolo sé stessi e gli altri”.

«Siamo in un’era di eccessiva vetrinizzazione in cui c’è bisogno sia di fare cose trasgressive, sia di registrarle e di metterle on line. Lo si spettacolarizza in un gioco di emulazione. Non costruiamo più qualcosa che ci gratifichi e ci faccia sentire importanti in un gruppo, ma abbiamo bisogno di farlo diventare qualcosa da condividere con il mondo». Lo ha detto il professor Francesco Pira sociologo e docente di comunicazione e giornalismo all’Università di Messina, intervistato dal diffusissimo magazine Vanity Fair dalla giornalista Chiara Pizzimenti. L’intervista è stata pubblicata nell’articolo intitolato: “Selfie estremi, gli esperti spiegano il «bisogno» di like”. Vanity Fair ha scritto : “sono in 4, ognuno su un binario. Sono ragazzini, minorenni.

Le immagini della Polfer li hanno ripresi a Bologna. Erano pronti a sfidare la sorte, a fare un selfie saltando poco prima dell’arrivo del treno. Il macchinista di un Frecciargento in arrivo è riuscito a bloccare il convoglio e a fermare uno dei ragazzi. Qualche giorno prima, in un’altra zona dello snodo bolognese, 8 ragazzi aveva fatto la stessa cosa”. Secondo il professor Pira il tema non è più fare la bravata, ma il mostrarla. «L’idea», dice ancora Pira, «che sia stata coniata una parola che si chiama selfiecidio per i selfie estremi è preoccupante perché identifichiamo così una prassi pericolosissima».

E spiega: «Quando un ragazzo di questa età non dà valore alla sua vita e la rischia per una bravata c’è, secondo me, un grave problema: non ha capito quanto è importante. Come adulti dovremmo parlare di queste cose, cercare di capire perché i ragazzi cercano un’emozione in una cosa così assurda. Siamo noi della generazione di mezzo che non abbiamo saputo dare i giusti strumenti educativi per la gestione delle emozioni e l’uso consapevole delle tecnologie».