Il giornalista ospite dell'associazione Franco Ruta

A Modica Domenico Quirico: "Io, inviato di guerra"

Ha dato la sua lettura sull'immigrazione

“La mia vita di giornalista cambiò a metà degli Anni Novanta, quando mi occupai, in Ruanda, di quello che fu definito un genocidio: 800.000 morti, forse un milione, nella guerra scatenata dall’odio interetnico tra Tutsi e Hutu.

Ma quello fu un conflitto assolutamente nuovo del XX Secolo perché vittime e assassini si guardarono negli occhi, nell’era della guerra invisibile, quando si preme un pulsante e partono i missili che uccidono persone lontane centinaia di chilometri”. E’ solo una parte delle testimonianze di Domenico Quirico, inviato del quotidiano “La Stampa”, ospite, venerdì sera, dell’Associazione Franco Ruta e della Fondazione Val di Noto, nella chiesa di San Paolo, a Modica. Il giornalista, nel corso della conversazione con il docente universitario Antonio Sichera, ha ripercorso alcune delle principali tappe della sua carriera e del modo di interpretare il mestiere di giornalista.

“In Ruanda – ha detto – siamo arrivati tardi, quando tutto era già avvenuto. Abbiamo raccontato i cadaveri che scorrevano sui fiumi, ammassati nelle chiese con il sangue raggrumato sul pavimento, il “dopo” di quello che era avvenuto. Non siamo stati “dentro” gli avvenimenti, non siamo stati testimoni”. Quirico, caposervizio esteri del quotidiano torinese, è stato corrispondente da Parigi e inviato di guerra. Si è interessato, tra l’altro, degli avvenimenti in Africa noti come “Primavera Araba” tra il 2010 e il 2011. Ha raccontato della sua esperienza, come migrante insieme ai migranti, su un barcone partito da un porto della Tunisia e approdato a Lampedusa dopo il salvataggio di 112 esseri umani da parte della Guardia Costiera, al largo della costa siciliana.

“Solo facendo quel viaggio insieme ai migranti - ha detto Quirico - ho capito veramente che cosa significa il viaggio verso la speranza per tanti giovani che avevo visto 24 ore prima sulla spiaggia tunisina e ai quali avevo chiesto perché affrontavano quella traversata rischiando di morire ad ogni sobbalzo di quelle carrette del mare riempite fino all’inverosimile. Ho chiesto perché, ma non ho ottenuto risposte. Per loro non dovremmo usare la parola clandestini: dovremmo restaurare l'antica cara nostra parola di emigranti. Perché non è soltanto e soprattutto la miseria che li muove. E' altro che li spinge, una forza che sempre ha mosso i giovani a muoversi e a cambiare, a sognare: cercano un’altra vita e basta, vogliono sognare e provare”.