L'arte pittorica del secolo scorso

Tra le grandi novità simboliche del secolo scorso c'è la nuova configurazione dell'arte pittorica che vede abbandonare il quadro come unico contenitore. Una recente analisi illuminante ,contenuta in un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica il 24 Luglio, individua i tre gesti di altrettanti artisti, che hanno sancito probabilmente più degli altri la morte del tabù del quadro, come finestra sulla realtà del mondo.
“ sono tre gesti che appaiono come violazioni aperte all'ordine canonico del quadro o della relativa centralità prospettica dello sguardo del suo autore – il pittore.

Il primo di questi gesti è quello di Alberto Burri che sul finire degli anni quaranta ( con i suoi sacchi di Juta) sconvolge la compostezza astratta e teoretica della superficie bidimensionale del quadro introducendo la forza palpitante di materiali poveri, extra quadro, che fino ad allora non avevano avuto cittadinanza in pittura. Una serie di materiali – catrami, muffe, colle, legni, ferri , plastiche - fanno irruzione nello spazio del quadro dilatandolo verso l'esterno “opere costruite con una impalcatura interna che curva la superficie della tela inserendovi un rilievo evidente e che anziché offrire l'immagine del quadro finestra organizzato su di un punto di vista prospettico interno balzano anamorficamente verso l'esterno, accostando la tela più ad un'opera di scultura che ad un'opera di pittura.”

Jackson Pollock, negli stessi anni in cui Burri inizia le sue sperimentazioni, a NewYork, toglie il quadro dal cavalletto per situarlo a terra dipingendo mentre muove il proprio corpo attorno al quadro. “ L'azione pittorica non è più quella di un pittore-autorale che osserva la realtà attraverso la linea prospettica del quadro-finestra. Piuttosto il passaggio della verticalità del quadro, sostenuta dal cavalletto, all'orizzontalità della sua disposizione a terra libera il gesto dell'artista dal vincolo della prospettiva:”
Pollock inventa inoltre la tecnica del dripping, ovvero lo sgocciolamento del colore sulla tela, viola il tabù del quadro. Non è più l'opera d'arte che mima la realtà, ma essa si realizza in se stessa. “L'opera non rappresenta altro se non stessa; non è più il mondo che trova raffigurazione nell'opera ma è l'opera che assorbe il mondo, che diviene incarnazione del nuovo mondo”.

Il terzo gesto è quello di Lucio Fontana che sempre nello stesso periodo viola a suo modo lo spazio tabù del quadro lacerando con un coltello la sua superficie immacolata. “Si tratta di un gesto che contesta radicalmente l'idea hegeliana dello spazio pittorico come astrattamente bidimensionale.” Fontana fa vedere il suo quadro come un soggetto carnale, che il suo spazio si lascia perforare, tagliare, aprire. “La superficie del quadro acquista cosi lo stesso spessore materico del corpo; la maschera della sua astratta teoreticità cade mostrando quella ferita della vita che resta al cuore di ogni grande arte.”


Pietro Storniolo