Smart City

Il governo indiano ha comunicato la lista delle città destinate a fornire un “modello replicabile che funzioni come una città illuminata” per le altre città che aspirano a entrare in un ambizioso piano di 100 smart cities ovvero città satelliti collegate o in vicinanza con le grandi aree metropolitane. Una pianificazione affascinante soprattutto per una civiltà come quella occidentale, ancora ammaccata dall'aver troppo creduto alle virtù taumaturgiche della mano invisibile del mercato, ci racconta Carlo Olmo docente di storia dell'architettura e dell'urbanistica in Repubblica del 24 Luglio. La crisi della urbanizzazione senza piani, l'edificazione di aree metropolitane invivibili, sono il punto di partenza per definire le nuove aspirazioni del progetto, per un nuovo punto di partenza che veda la qualità della vita e l'inclusione sociale i due obiettivi fondamentali da cui partire per dare una nuova identità alle città.

Le città satelliti hanno una lunga storia tutta occidentale: dalle ottocentesche città giardino inglesi,alle Sunnyside Gardnes e Redburn statunitensi negli anni venti, sino alle villes nouvelles francesi la cui edificazione inizia a metà degli anni sessanta del Novecento. La prima contraddizione che sembra trasparire da questa programmazione indiana è quella della permanenza del modello culturale occidentale, che disperde sul territorio la città, anche se le linee guida del governo puntano in più direzioni. La ricerca della via indiana alle smart city è lanciata: mobilità urbana, efficienza e risparmio energetico, gestione dell'acqua e dei rifiuti, digitalizzazione dei servizi, anche se sembra molto simile al modello europeo del Great London Council degli anni cinquanta. Olmo non sembra avere dubbi sui risultati del prodotto “ la banalità delle soluzioni architettoniche, la difficoltà di passare dal piano al progetto architettonico, ennesime e ripetitive downtown.” o la grande vicinanza di queste città satellite con gli insediamenti recintati e protetti da sbarre che dalla California oggi si sono diffuse in Brasile, Argentina, Cina e persino nella stessa India. Uno degli obiettivi dichiarati di queste smart city è la sicurezza e la ricomparsa delle mura cui stiamo assistendo in tutto il mondo.

Analizzando in profondità i progetti indiani inoltre si individua una semplificazione assai diffusa dei rapporti fra territori e società che li abitano, delle relazioni tra accesso all'informazione e conoscenza, di concetti essenziali come innovazione e comunità. La metafora è internet of things, l'internet delle cose, che mette in relazione non solo informazioni, anche oggetti. e conclude Olmo, forse ancor più inquietante è il processo che tocca la scala territoriale dei fenomeni. Smart city nasce come espressione fisica della società globale, sincronica ed interconnessa :e la sua metafora, ancor più abusata è la piazza informatica. Oggi invece le esperienze più sostenute dello smart legato ad un territorio, sono quelle che, giocando su un'altra grande retorica, la sostenibilità, e su una concezione di democrazia del vicinato, stanno lavorando per passare dalle smart city agli smart villages, da una dimensione metropolitana ad una molto più ridotta. La parola smart evoca, non definisce, promuove (anche,ma non solo marketing,ma imprese, professioni, tecnologie), soprattutto sostituisce la necessità di raccontare fatti e persone. Pietro Storniolo