Si Muria, si ciancia, si mangiava e s’arrirria a Pozzallo

Maggio continua ad essere un mese di grande programmazione artistica per la città di Pozzallo. Dopo il festival Sabir adesso Mariantonietta Emmolo ed il gruppo teatrale della libera Università delle tre età. Questa volta i nostri attori si cimentano sulle tradizioni popolari, sul lutto: di come veniva vissuto, di quali fossero le usanze, le consuetudini, i riti che venivano eseguiti da parte di tutti i componenti/parenti e amici del defunto. Il tema trattato si intreccia con le grandi tragedie greche, con le tematiche di Eros e Thanatos che tutti i più grandi autori della storia del teatro moderno da Shakespeare a Pirandello, hanno trattato.
La sensazione che si ha comunque è quella che non esista un copione rigido, sembra una sceneggiatura collettiva, dove la gran parte dei componenti del gruppo partecipino attivamente alla costruzione del momento tragico in cui occorre gestire il dolore.
Sono proprio questi momenti – dalla vestizione del morto alla sua decantazione a pagamento (i priuli) - che il tragico diventa comico, che la finzione sia vissuta con leggerezza che la storia rivive attraverso i ricordi ed esperienze, che fino a pochi decenni fa si vivevano in occasione di eventi tragici.
Il popolo che diventa nudo di fronte alla morte, che si confessa con il defunto, che vuole essere perdonato per i suoi crimini, che implora la sua clemenza…………., condito in rigorosa lingua pozzallese, con la espressività paesana, con qualche tocco di estrosità – appartenente magari a qualche “forestiero” - con lingua, tradizioni, costumi, musiche, ambientazioni, della Pozzallo del secolo scorso.

L’opera rappresentata – Si muria, si ciancia, si mangiava e s’arrirria - a Pozzallo, al cinema Giardino il 19 maggio 2016 ha il potere di esaltare e di far luce sul celato, sull’altra vita di tanti protagonisti – magari conosciuta da tanti – di rivangare anche nel passato, sui conflitti vissuti e sopportati, su storie anche molto vecchie
L’impatto delle “luminagghie” aveva tanti aspetti allusivi, tendenti a molte interpretazioni. Invece con il morto ancora caldo ognuno si pulisce “i cannarozza” in maniera completa e totale. Scompaiono tutte le finzioni, tutto il sommerso viene a galla e ciò viene anche utilizzato da chi, per tanti anni, ha vissuto nell’inganno - ma a sua volta ingannava – e per il proprio futuro.

Tantissimi sono gli elementi che emergono dalla narrazione :
la fame dei bambini che aspettano l’evento – il morto - per potersi saziare in maniera completa e piena;
la religione – il rosario - come conforto, ma condita di innumerevoli pettegolezzi e bisogni immediati;
la casa sporca, la barba lunga, l’aria dismessa;
la partecipazione dei vicini/parenti attraverso “u cuonsulu” o cibo che veniva portato a casa del defunto per sfamare i parenti del morto (nei miei ricordi c’è “a pasta che paddunedda”);
la paura dell’aldilà.
Il tutto in salsa piccante tragicomica, un’ilarità che si sviluppa in maniera naturale ad ogni battuta, un coinvolgimento emotivo e partecipato del numeroso pubblico presente.

Anche stavolta la scenografia è stata eccezionale: con i mezzi a disposizione si è riusciti a massimizzare l’effetto con il minimo sforzo, a rendere naturale e scontato il difficile compito di utilizzare gli ampi spazi del teatro.
La commedia ci propone un finale pirandelliano, una grande delusione che diventa un grande avvenimento, con il velo che cade, così gli occhi, finalmente liberi, vedono ciò che prima era offuscato e consentono di porre fine agli errori del passato.
Ed infine il grande messaggio: la forza dell’amore.
Avevo già espresso giudizi lusinghieri per la professionalità di questo gruppo - sempre più numeroso -, diretto in maniera mirabile da Antonietta, non posso che confermarli ed incoraggiarli ad andare avanti su questa difficile strada della commedia dialettale.

Pietro Storniolo