Le primarie del Partito Democratico

Oramai ogni volta che il Partito Democratico svolge le primarie per scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni, siano essi Sindaci o Presidenti di Regione, qualche cosa non va per il verso giusto.
Se andiamo ad analizzare quello che è successo a Roma e a Napoli in 6 marzo scorso ci rendiamo conto che il dato politico che emerge e di una bassa affluenza alle urne (uno su due in fuga a Roma, meno 15.000 a Napoli) e la vergogna del denaro passato di mano a Napoli.

Ezio Mauro con la sua lucidissima analisi su Repubblica del 9 Marzo ci da tuttavia tanti elementi di riflessione.
“Se si guarda il sistema politico nel suo insieme il PD è un eccezione. I Cinque Stelle in attesa che il Politbjuro controlli magari la posta dei nuovi eletti, procede ad una selezione ridicola nei numeri e nella trasparenza, in una devozione elettronica fine a stessa. La destra gioca di rimbalzo a Milano e non riesce a mettere uno straccio di squadra in campo nella capitale, dove Salvini e Bertolaso trovano un’intesa solo sulla litania miserabile delle “ruspe contro i rom”. Ma il punto è che il Pd, tagliate le radici con le sue tradizioni novecentesche, è nato nell’auto-mitologia delle primarie e la stessa leadership di Renzi ha fondato la sua promessa di cambiamento nel rapporto diretto con gli elettori, rottamando il vecchio gruppo dirigente per spostare il baricentro dal Palazzo ai cittadini. Oggi è quel baricentro socio-politico che rischia di saltare, se anche le primarie vengono viste come un rito usurato e inutile di auto-conferma di una nomenklatura minore.”

L’importazione del modello americano nel sistema italiano ha portato ovviamente in casa alcune contraddizioni, un sentimento di inferiorità della politica, che delega ogni volta le scelte supreme come se dovesse farsi perdonare quotidianamente un peccato originale permanente.
E’ pur vero che questo meccanismo delle primarie innesca il meccanismo giusto che il cittadino ha più fiducia nella politica se può determinarla come singolo o come gruppo, portando nel partito quella risonanza che i problemi sociali hanno nelle sfere private della vita, anche se il risultato è che, nelle fasi di forte crisi economica-sociale, qualunque candidato si presenti come anti-sistema parte con un vantaggio notevole in tasca, perché diventa l’uomo al centro dello show.
I cittadini purtroppo oramai non chiedono soluzioni cercano emozioni, performance e non programmi, sintonie istintive più che progetti, la notorietà al posto della fama, la celebrità prima ancora della stima.

Mauro si pone la domanda “Basta questo rischio sistemico per abbandonare lo strumento delle primarie? Ovviamente no….. Renzi incredibilmente si accontenta di guidare mezzo partito, invece di rappresentarlo per intero. La minoranza invece di porre lealmente le grandi questioni al segretario sembra cercare ogni giorno la miseria del trabocchetto. La verità è che a forza di far trascolorare il partito nella narrazione di governo, il Pd da soggetto diventa oggetto, forza di complemento.
Deve pur esistere anche in Italia, come ovunque in Europa, un pensiero di sinistra moderno, europeo, occidentale, finalmente risolto, a cui il segretario ha non solo il diritto, ma il dovere di dare una sua interpretazione e quindi una sua impronta e a cui la minoranza deve concorrere. ……
Per guidare davvero il Pd, bisogna ricongiungere la sinistra e il suo popolo. E per salvare le primarie, bisogna crederci ed essere credibili.”


Pietro Storniolo