Godot porta in scena "finale di partita"

In scena, il 13 e 14 febbraio (rispettivamente alle ore 21 e alle ore 18) al teatro Ideal di Ragusa, per la rassegna ‘Palchi diversi’, la compagnia Godot con la sua lettura di “Finale di Partita” atto unico di Samuel Bekett scritto nel 1957. La non trama (se di trama si può parlare) vede in scena Hamm, un anziano signore cieco ed incapace di reggersi in piedi, ed il suo servo Clov, che al contrario non è capace di sedersi. Trascinano la loro esistenza in una casetta in riva al mare, nonostante i dialoghi suggeriscano che in realtà all'esterno della casa non esista più nulla, né mare, né sole, né nuvole. I due personaggi, dipendenti l'uno dall'altro, hanno passato anni a litigare e continuano a farlo durante lo svolgimento dell'opera. Clov vorrebbe continuamente andarsene, ma non sembra esserne capace. In scena sono presenti anche i due vecchissimi genitori di Hamm, Nagg e Nell (che proprio in scena muore senza che gli altri protagonisti se ne stupiscano più di tanto), che sono privi di gambe e vivono in bidoni della spazzatura. E a questo punto, per un tentativo di lettura dell’opera, viene in soccorso proprio il regista, Vittorio Bonaccorso avvertendoci che “l’interpretazione di questo capolavoro e della sua ambientazione (post-atomica? post-umanità?) è sempre stata ambigua e mai definita dal drammaturgo irlandese. Certo è che i personaggi si ritrovano isolati in mezzo al niente”. Poi Bonaccorso riporta il più autorevole “tentativo di capire Finale di partita”, quello di T. W. Adorno, che dice che “Hamm è una deformazione del nome Amleto, il personaggio shakespeariano che per antonomasia cerca il senso di tutte le cose, come se Beckett volesse utilizzare il suo antipodo, cioè colui che non è più alla ricerca di alcun senso (affascinante forzatura che irritò Beckett), mentre, specularmente, Clov, il coprotagonista vuole fuggire ma non può” in quello che Vittorio Bonaccorso definisce “lo stato di catatonia per me metafora della perdita, del vuoto, proprio come i personaggi di Finale, rinchiusi dentro una “crisalide d’aria” dalla quale non riescono a liberarsi; cristallizzati in un tempo che non c’è più”. Con Finale di Partita, aggiunge il regista, “mi trovo, così come successe con Le sedie, a misurarmi con giganti “microscopici”, con silenzi “assordanti”, con ombre “accecanti”, una specie di pre-universo che aspetta solo il suo big bang. Voler fare una regia di ciò è come voler essere un dio che mette ‘caos’ nell’ ‘ordine’: troppo impegnativo! Mi accontento di paragonarmi a quegli astronomi che scrutano il cosmo alla ricerca del confine estremo e riportano su grafici, più o meno decifrabili, le coordinate di un punto d’osservazione, di un’intuizione, di una cometa vista sfrecciare ma della quale non si percepiscono né il punto di provenienza né quello d’arrivo”. (daniele distefano)