I consiglieri D’Asta e Chiavola per il progetto “non scado”

Un ordine del giorno per invitare l’amministrazione cittadina di Ragusa ad aderire al progetto “non scado” è stato presentato dai consiglieri Pd Mario D’Asta e Mario Chiavola e controfirmato da quasi tutti i gruppi di opposizione consiliare. Il progetto in questione, avviato qualche tempo fa da alcune realtà associazionistiche (Legambiente Ragusa, Mecca Melchita ONLUS e Vo.Cri. ONLUS con il contributo della ex Provincia Regionale di Ragusa ne avevano anche fatto oggetto di un convegno nel maggio 2015) “punta, nell’ottica dell’economia circolare, a recuperare beni non commercializzabili ma ancora utilizzabili per distribuirli a chi ne ha bisogno e creare un mercato dove, per favorire gli indigenti, gli ultimi, non bisogna sprecare neppure un minuto e neanche un prodotto, trasformando lo spreco in risorsa”. Secondo i due consiglieri democratici e la responsabile sanità e servizi sociale del circolo Rinascita democratica Sara Licitra, “l’Amministrazione comunale, considerato il periodo di grave crisi economica che molte famiglie ragusane stanno attraversando, ha l’obbligo morale di ascoltare le grida d’aiuto provenienti dai nuclei familiari più in difficoltà e non può rimanere inerte di fronte a questa situazione critica”. Con l’ordine del giorno presentato dunque D’Asta e Chiavola, dopo aver ricordato che nel primo anno “il Comune aveva aderito al progetto seppur con un impegno economico limitato per poi abbandonarlo”, impegnano “la Giunta municipale ad aderire al progetto “Non scado”, con un suo contributo oggettivo che potrebbe consistere nella copertura delle spese vive sostenute dalle associazioni per il recupero e la distribuzione dei beni alimentari e non food e nel farsi parte attiva per allargare il numero dei soggetti donatori”. Infine i due esponenti democratici annunciano che proporranno “attraverso una modifica del regolamento, una riduzione della Tari per tutti quegli esercizi commerciali che aderiranno formalmente e fattivamente al progetto”. In tal modo, concludono “il recupero dei beni alimentari, ma non solo, rimasti invenduti per le ragioni più varie ma ancora perfettamente salubri e utilizzabili diventa una fornitura di un servizio: per chi li produce, cioè le imprese commerciali; per chi li consuma, i bisognosi attraverso gli enti di assistenza; ma anche per le istituzioni pubbliche che ne conseguono benefici indiretti, sociali e ambientali, vedendo diminuire il flusso di rifiuti in discarica e migliorando l’assistenza alle persone svantaggiate, con conseguenti risparmi”. (da.di.)