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Globalizzazione tra concorrenza sleale e inadempienze istituzionali

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Globalizzazione tra concorrenza sleale e inadempienze istituzionali Globalizzazione tra concorrenza sleale e inadempienze istituzionali

Dagli anni ottanta in avanti, è sempre più ricorrente il termine globalizzazione che di fatto vuol dire interdipendenza economica, sociale, culturale e tecnologica a livello planetario. Di positivo la globalizzazione porta con se la crescita economica soprattutto per quei paesi che in assenza della liberalizzazione del mercato globale non riuscivano ad emergere nel contesto internazionale. Ma non ci si può fermare a guardare solo gli aspetti economici d’una società senza attenzionare quale sia la contropartita  relativamente al progresso, alla civiltà d’un popolo, o addirittura ad un ritorno alla schiavitù dell’uomo. Lo Stato che a partire dagli anni ottanta ,con accelerazioni forse non prevedibili, ha dimostrato di sapersi avvalere della globalizzazione di mercato è indubbiamente la Cina, la cui popolazione notoriamente povera, ha invaso il mondo e, continuando ad essere povera pur lavorando fino a venti ore al giorno, vivendo negli stessi posti in cui lavora, ammucchiata come bestie, ha dato vita ad un ritorno alla schiavitù dell’uomo di cui si credeva l’umanità si fosse liberata. Piaccia o no, nessuno è in condizione di fermare il processo di mercato globale, ma ove non si provveda a regolamentare alcuni aspetti, sempre più andremo incontro ad un ritorno al passato. Nel nostro Paese, la Cina è presente in ogni Regione ma in Toscana e soprattutto nella città di Prato, ormai da tempo gli abitanti sono prevalentemente cinesi. La Toscana infatti è la patria dell’industria tessile manifatturiera e nonostante siano già avvenute nel recente passato veri drammi con la morte di alcuni lavoratori cinesi che lavoravano in una fabbrica andata a fuoco, si continua ad operare nello stesso modo di sempre, ovvero facendo lavorare i dipendenti 20 ore al giorno, facendoli dormire e mangiare nello stesso luogo l’uno sull’altro, in assenza dei più elementari requisiti igienico-sanitari e del rispetto di norme contrattuali che pure vigono nel nostro Paese. La colpa è di alcuni negrieri cinesi? Certo, ma è anche di chi nel nostro paese è preposto al controllo dell’osservanza delle regole in materia di lavoro e probabilmente latita troppo, determinando iniquità tra i nostri imprenditori che osservano i contratti di lavoro. La colpa è delle Istituzioni che non si rendono conto che così andando avanti si avalla un ritorno alla schiavitù ed un Paese che si dice civile non dovrebbe tollerare tali situazioni.

Benvenga dunque la globalizzazione del mercato ma non a questo prezzo! 

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