Asco

Immunoncologia: un nuovo trattamento per il cancro

Al Congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology

L’immunoncologia, nuovo pilastro del trattamento del cancro, non è più ricerca di frontiera, portata avanti da pochi ricercatori nel mondo, ma è ormai una realtà consolidata: lo dimostra la quantità di studi su agenti immunoterapici che saranno presentati oggi al 53° Congresso annuale dell’ASCO, American Society of Clinical Oncology, che si apre domani a Chicago. Oltre il 70% degli abstract ha infatti come tema l’immunoncologia, contro il 2% di appena 10 anni fa. La nuova frontiera dell’immunoterapia oncologica è rappresentata dalla combinazione di più farmaci immunoterapici o di agenti immunoterapici con altre terapie; una grande innovazione che in un futuro non troppo lontano potrà contribuire a massimizzare l’efficacia di queste molecole. Nel nuovo scenario che si sta delineando, l’Italia gioca un ruolo da protagonista: alfiere della ricerca sull’immunoncologia nel nostro Paese è la Fondazione NIBIT - Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori.

“L’immunoncologia è oggi una realtà importante nell’ambito della lotta contro il cancro perché abbiamo ottenuto e stiamo ottenendo quotidianamente risultati sempre più importanti, anche e soprattutto con le combinazioni – afferma il Presidente della Fondazione NIBIT Michele Maio, Direttore del Centro di Immuno-Oncologia e della U.O.C. Immunoterapia Oncologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, che ha recentemente pubblicato il libro “Il corpo anticancro” – la Ricerca italiana è capofila nell’immunoterapia dei tumori a livello internazionale, lo è stata negli ultimi anni e continuerà ad esserlo”. La Fondazione NIBIT presenterà ad ASCO 2017 i dati finali di sicurezza dello studio NIBIT-MESO-1, primo trial al mondo che valuta l’associazione di due anticorpi immunomodulanti nel trattamento del mesotelioma. Un passo in avanti importante per le persone colpite da questo tumore raro, legato all’esposizione all’amianto, con un’incidenza in costante aumento e un picco massimo atteso da qui a 5-10 anni. In Italia ad oggi i pazienti con diagnosi di mesotelioma sono 2.732; 1.900 i nuovi casi stimati ogni anno.

Il rischio di sviluppare un mesotelioma è più elevato negli uomini che nelle donne, ma in entrambi i sessi il rischio aumenta drasticamente all’aumentare dell’età. Al momento non vi sono farmaci efficaci in grado di migliorare a lungo termine la sopravvivenza dei pazienti affetti da mesotelioma: il trattamento standard in prima linea è rappresentato infatti dalla chemioterapia, che ad oggi però non ha dato risultati soddisfacenti, mentre in seconda linea non c’è ancora un trattamento standard. NIBIT-MESO-1 è uno studio clinico condotto in pazienti affetti da mesotelioma pleurico o peritoneale, alla diagnosi o dopo fallimento di una prima linea di chemioterapia; il trattamento prevede l’associazione di due anticorpi immunomodulanti che, in maniera diversa, bloccano segnali inibitori fisiologici della risposta immunitaria, attivando quindi le cellule del sistema immunitario per renderlo più reattivo contro il tumore: il primo anticorpo, tremelimumab, diretto contro CTLA-4, agisce nelle fasi iniziali dell’attivazione della risposta immunitaria, il secondo, durvalumab, è diretto contro PD-L1 e agisce in una fase più tardiva.

“Il trattamento di combinazione con tremelimumab e durvalumab si è dimostrato sicuro e maneggevole nei pazienti con mesotelioma maligno sia in prima linea, che dopo fallimento del trattamento chemioterapico – dichiara Luana Calabrò dell’U.O.C. Immunoterapia Oncologica, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, principal investigator del trial – sono in corso anche le analisi finali di efficacia, che saranno presto pubblicate. Al momento non vi sono terapie efficaci per curare il mesotelioma maligno e l’immunoterapia potrebbe aprire importanti prospettive di cura: ci si auspica che possa diventare presto il trattamento standard in questa malattia fatale, come lo è ormai in altri istotipi tumorali”. Fondazione NIBIT sta portando avanti diversi studi che hanno l’obiettivo di sviluppare nuove possibili combinazioni di immunoterapia in differenti istotipi tumorali e migliorare i risultati ottenuti finora con i trattamenti disponibili. La ricerca clinica della Fondazione è focalizzata in questo momento su alcuni sottogruppi e particolari setting clinici di pazienti per i quali non vi sono strategie terapeutiche efficaci, come appunto i pazienti con mesotelioma, ma anche i pazienti con melanoma metastatico con metastasi cerebrali, che hanno prognosi e andamento clinico più sfavorevoli e fino ad oggi erano esclusi dagli studi clinici.

“Lo studio di fase 3 randomizzato NIBIT-M2 valuterà la combinazione di ipilimumab e fotemustina o ipilimumab e nivolumab nei pazienti con melanoma metastatico con metastasi cerebrali asintomatiche – spiega Anna Maria Di Giacomo dell’U.O.C. Immunoterapia Oncologica, Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – sarà il primo studio in assoluto che valuterà l’efficacia di strategie di combinazione verso la sola chemioterapia in pazienti non pretrattati, tutti con metastasi cerebrali. Lo studio prevede l’arruolamento di 160 pazienti, ad oggi ne abbiamo arruolati già 60; in Italia sono coinvolti 10 Centri, afferenti alla Fondazione NIBIT. Prevediamo di avere i primi dati di efficacia e tollerabilità entro il prossimo anno”. Un altro elemento importante nell’attività di Fondazione NIBIT è la ricerca traslazionale: gli studi clinici permettono infatti di comprendere sempre più a fondo i meccanismi che regolano il rapporto tra il sistema immunitario e il tumore, in modo da potenziare e massimizzare l’attività dei farmaci immunoterapici, ma anche di capire perché l’immunoterapia sia efficace in alcuni pazienti e in altri meno. In questo senso è importante in particolare lo studio NIBIT-M4, studio di fase 1b disegnato per valutare per la prima volta la combinazione di un farmaco immunoterapico, ipilimumab e di un farmaco epigenetico, la guadecitabina, che agisce sul DNA delle cellule tumorali inducendovi modificazioni chimiche, nel trattamento del melanoma metastatico.

“Da un punto di vista traslazionale è importante capire due cose – spiega Michele Maio – da una parte comprendere cosa succede a livello del tumore, con le modificazioni da noi indotte, dall’altra capire cosa succede a livello del sistema immunitario, quindi se i due attori fondamentali interagiscono tra di loro al meglio, che è quello che cerchiamo di fare negli studi clinici in corso e in quelli che stanno per partire. La sfida per il futuro è rendere sempre più efficace l’interazione tra il tumore e il sistema immunitario del paziente: se riusciamo a facilitare questa interazione, modificando da un lato il tumore e il microambiente del tumore e potenziando dall’altro il sistema immunitario, siamo sicuramente sulla strada migliore per ottenere dei risultati più importanti e per far sì che anche i pazienti che oggi non rispondono all’immunoterapia possano trarne beneficio”.