Blue Whale

Giovani ed autolesionismo: parla il sociologo Pira

Manca il dialogo con i genitori

In aumento in Italia il fenomeno di autolesionismo tra i giovanissimi. In questi giorni sull'onda delle discussioni scatenate dalla denuncia del fenomeno "Blue Whale"in molte scuole si è aperto il dibattito su queste nuove problematiche giovanili e ai sempre attuali problemi del cyberbullismo o del sexing, si è aggiunto quello venuto alla ribalta nazionale in questi ultimi giorni dopo il servizio mandato qualche giorno fa dalla trasmissione "Le Iene" che ha scosso l'opinione pubblica e creato un certo allarmismo tra i genitori.

Nei giorni scorsi Francesco Pira, sociologo della comunicazione, docente e ricercatore in sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l'Università degli Studi di Messina, ha preso parte ad incontri tenuti in alcuni Istituti scolastici delle province di Enna e Siracusa nel corso dei quali le parti interessate, da una parte i giovani e dall'altra insegnanti e genitori hanno manifestato le loro preoccupazioni . Il professore Pira, da noi intervistato, ha evidenziato come a monte della questione vi sia innanzitutto un discorso di nuova genitorialità, "Ci troviamo in una società in cui i genitori hanno dei deficit di comunicazione con i figli e viceversa e quindi qualunque debolezza, anche l'idea di fare un percorso terribile, come quello che avrebbe fatto il ragazzo diciassettenne di Livorno che si sarebbe suicidato a seguito della "Blue Whale" seguendo le orme dei ragazzini russi, è un percorso che indica un sistema valoriale familiare che non si accorge e non si rende conto che lui ha bisogno di aiuto.

Ci troviamo di fronte ad una società che dovrebbe avere tutti gli argini necessari per assicurare prevenzione e sostegno e invece si ha la sensazione quasi di compartimenti stagni tra genitori e figli con la scuola che registra costantemente degli episodi che non sono soltanto legati a questa nuova "moda". L'altro aspetto che si collega con questa moda è l'autolesionismo, ci troviamo sempre di più davanti a questi fenomeni con ragazze dagli 11 a 13 anni che seguono questo fenomeno di emulazione attraverso video che in rete fanno vedere alcune tecniche con cui ci si fa del male, con l'uso di lamette, fino ad arrivare al taglio delle vene che diventa l'apoteosi di questo percorso".

Cosa possono fare dunque i genitori? "I genitori devono trovare una chiave per farsi dire dai propri figli che cosa sta accadendo loro. E' molto più facile che i ragazzi parlino con degli estranei e quindi con gli stessi insegnanti che non con i genitori, quindi ci vuole una forte coesione sociale, un forte senso della comunità che metta insieme famiglie, scuola, associazionismo, tutte le strutture di prevenzione che esistono sul territorio che da una parte possano affrontare il fenomeno da un punto di vista comportamentale ma che poi lo possano di fatto affrontare quando diventa come un fenomeno patologico. Questi sono passaggi da cui non si può più prescindere e non si può aspettare che arrivi un servizio televisivo ad aprire questo spaccato".

Ma è giusto mettere in onda questi servizi e trasmettere le immagini che abbiamo visto? "I media devono essere pronti da una parte a far vedere cosa sta accadendo ma dall'altra a spiegare con una buona azione divulgativa quelli che possono essere effettivamente i pericoli e quello che i nostri ragazzi rischiano. Non è giusto mettere la testa sotto la sabbia, ma non è nemmeno giusto non accompagnare questa situazione con un percorso assistito rispetto a quello che è qualcosa di veramente macabro". E se un adolescente chiedesse aiuto ad una nostra struttura sanitaria per segnalare un problema del genere, questa sarebbe economicamente in grado di affrontarlo? "Credo che le nostre aziende sanitarie non saprebbero con quali soldi pagarlo né su quale capitolo di spesa caricarlo, i responsabili dei Sert, dei reparti psichiatrici, non sono attrezzati per combattere questo tipo di fenomeno. Esiste questa emergenza e per questo bisogna prepararsi socialmente su come affrontarla, non basta fare dibattiti nelle scuole, bisogna avere una struttura di sostegno, a cominciare da uno sportello di ascolto nelle scuole di cui si era parlato anche nel decreto legge sulla buona scuola ma di cui finora purtroppo non si è fatto nulla".