Ballarò: la crisi profonda dell'agricoltura

Ogni due, tre mesi, torna alla ribalta la crisi dell’agricoltura, nata nel corso degli anni 90 e divenuta sempre più grave, perchè nei fatti non si è mai affrontata in maniera organica e con approfondimenti che ne scoprissero le reali cause d’un sempre maggiore malessere, prodotto proprio da un populismo volto al perseguimento d’un consenso politico ed all’assenza di strategie che nel medio, lungo termine, avrebbero potuto far uscire il malato dal coma divenuto forse irreversibile.

E’ di questi giorni, l’ennesimo incontro dei vertici provinciali delle associazioni professionali di categoria per constatare il tracollo d’un settore i cui interessi sono stati sempre barattati con altri più produttivi per la politica, ossia quelli industriali. All’agricoltura di questo Paese, soprattutto per il meridione, sono stati forniti solo pannicelli caldi che ovviamente non potevano curare radicalmente la malattia, divenuta sempre più grave per la miopia dei vari Governi che si sono succeduti nel tempo, ma anche per la scarsa lungimiranza di coloro che negli anni si sono occupati delle sorti di questo settore che soffre da sempre d’una grave forma di frammentazione aziendale e conseguentemente d’una offerta con migliaia di marchi, con migliaia di modi di selezione del prodotto, con logiche che la globalizzazione del mercato non recepisce e quindi penalizza nei risultati economici.

Va detto per completezza d’informazione che le esperienze associazionistiche del settore, hanno prodotto diverse scottature sulla pelle dei produttori, per l’incapacità e la megalomania di quanti si sono improvvisati dirigenti dell’associazionismo, senz’averne la più pallida cognizione di come muoversi all’interno d’un mercato molto complesso e veloce nei mutamenti, dettati da un mercato sempre più in competizione a livello planetario. Malgrado queste esperienze negative del mondo associazionistico, va detto che l’unico strumento che può salvare questo importante settore produttivo, è la cooperazione, ma che sia forte, competente ed in grado di porre le giuste istanze ai Governi di turno.

Può sembrare paradossale ma è assolutamente vero che l’Italia, uno dei Paesi europei con una tradizione agricola di tutto rispetto, anche per l’alto livello qualitativo delle proprie produzioni, a livello mondiale non riesce ad essere competitiva per la sua frammentazione aziendale, per l’incapacità a proporre massa critica interessante. Chi di dovere, affronti quindi l’auspicabile salvataggio dell’agricoltura ma con analisi profonde ed adeguate alla gravità del caso, altrimenti le aziende continueranno a fallire e non certo per loro esclusiva responsabilità.