Ballarò: quante caste in Italia!

Da alcuni anni in Italia si discute della casta politica, dei suoi privilegi, delle sue collusioni e della propria incapacità ad assolvere al proprio compito. Ma nel nostro Paese esiste solo la casta della classe politica? Da quanto emerge in alcuni casi che accadono e di cui purtroppo non si parla o se ne parla troppo poco per sperare in una soluzione del fenomeno, sembrerebbe proprio di no.

Nel mondo universitario e soprattutto nel sud e nelle isole del Paese accadono cose che certamente non dipingono un quadro chiaro del pianeta del sapere e della formazione dei professionisti e dirigenti del domani, ma piuttosto d’una casta che come le altre pensa a mantenere un proprio potere sul quale nessuno interferisce e consente forzature sugli studenti, mancanza di rispetto per i loro sacrifici e quelli dei suoi familiari. Un ragazzo, dopo aver dato tutti gli esami previsti dal corso frequentato, scopre che l’esame d’una materia regolarmente registrata e firmata dal docente sul suo libretto personale, agli atti dell’ateneo non risulta essere stata data.

Comincia la ricerca del professore che non si trova per oltre un anno ed il calvario del giovane che pur avendo pronta anche la tesi, non può essere inserito in una sessione per essere dichiarato laureato. Dopo oltre un anno, finalmente si trova l’indaffarato docente che regolarizza la posizione dello studente. Finito il calvario ? No ! Bisogna attendere d’essere inserito nella prima sessione utile di esami per la presentazione della tesi che è una vera farsa, considerato che su una commissione esaminatrice di sette chiarissimi professori, quattro, durante l’esposizione del candidato giocano col telefonino d’ultima generazione.

Nelle more, legittimamente, i familiari dello studente interessano il rettore dell’università per porre fine a questa inconcepibile commedia. Interviene il rettore e viene fissato il giorno per esporre la tesi e la posizione dello studente è al quinto posto sui dodici candidati, ma poiché questi personaggi non sono abituati al richiamo, poiché ritengono che il loro operato debba essere insindacabile, si materializza la ritorsione finale che consiste nel passaggio dal quinto al decimo posto per la presentazione della tesi e, come se non bastasse, viene attribuito un punteggio sicuramente non consono al lavoro svolto dallo studente ed alla capacità di esposizione, pari o superiore a quella di qualche altro candidato che non aveva osato denunciare le anomalie del pianeta universitario.

E’ normale che un docente universitario il cui fine principale dovrebbe essere quello di formare gli studenti al rispetto dei diritti degli altri, al concetto dell’equità sociale, agisca nel modo sopraesposto? La risposta è ovvia ma solo per i comuni mortali, per i facenti parte d’una casta, purtroppo non è così. E cosa viene trasmesso ai futuri dirigenti di domani se non il concetto che chi detiene il potere, possa tutto? Se pretendiamo di vivere in un Paese normale, cosa o chi si aspetta per cominciare a controllare da qualche autorità garante l’operato non sempre lineare di questa casta, le tante forzature che esistono nel campo universitario?

La mia speranza è che i giovani acquisiscano la consapevolezza della denuncia per fatti che mortificano i loro sacrifici, quelli delle loro famiglie, pur nella consapevolezza che chi ha il coraggio della denuncia, in qualche modo ne paga un prezzo; tuttavia, credo che il rispetto dei propri diritti valga molto più di qualsiasi eventuale forma di ritorsione. L’Italia non può continuare ad essere il Paese degli insindacabili!